La spia che mi amava · Aller
Il manifesto de La spia che mi amava (Lewis Gilbert, 1977), dipinto da Aller. Roger Moore in smoking e Barbara Bach sopra un mondo di sommergibili e moto d'acqua: anche nel decennio del declino, per i grandi lanci internazionali si chiamava ancora il pennello. Uno degli ultimi grandi spettacoli del manifesto dipinto, firmato da un artista della generazione finale della scuola.
Renato Casaro e la fine della scuola italiana dei pittori di cinema
È in questo clima che la tradizione del manifesto dipinto si spegne. Le ragioni si sommano: economiche, perché il mercato non offre più i margini per pagare costose illustrazioni originali; tecniche, perché la fotografia e l'offset richiedono minore impegno e costano meno, generazionali, perché i grandi maestri invecchiano e, come si è detto, non avevano formato allievi. Non era mai nata una vera scuola, mancavano i discepoli a cui trasferire un sapere che, ormai, il mercato non chiedeva più. Sempre più di rado si ricorre a matite e pennelli: il fotocolor diventa la norma. Renato Casaro continuerà a dipingere ancora a lungo, fino agli anni Novanta, anche per produzioni internazionali, ma è ormai l'ultimo di una stirpe.
Il manifesto, beninteso, non scompare: si stampa ancora oggi, quasi solo per via fotografica e digitale. Cessa di essere quella forma d'arte popolare e collettiva che era stata per quasi un secolo. Ed è proprio il suo tramonto a far emergere, per contrasto, la grandezza di quella stagione: il manifesto dipinto non era stato un semplice strumento di vendita, ma un genere figurativo a sé, con i suoi maestri, i suoi capolavori e una fisionomia inconfondibilmente italiana. Non a caso un collezionista e studioso, Maurizio Baroni, ha coniato per quegli artisti una definizione che dice tutto, e su cui torneremo.
11. Formati e tipologie: manifesto, locandina e fotobusta
Fermiamo per un momento la linea del tempo e guardiamo più da vicino l'oggetto stesso di cui stiamo parlando. Che cos'è, esattamente, un manifesto? In termini tecnici, è un documento composto da testo e immagini, stampato in più copie su una sola facciata di uno o più fogli. Dietro questa definizione asciutta si nasconde un piccolo universo di formati, regole e trucchi del mestiere. È, in sostanza, ciò che nel mondo anglosassone si chiama movie poster, ma in Italia il manifesto vero e proprio apparteneva a una famiglia più ampia di materiali promozionali, ciascuno con caratteristiche e funzioni proprie.
I formati del manifesto: dal foglio singolo alla grande affissione
Per uno stesso film si stampavano abitualmente manifesti di misure diverse. Il sistema italiano, consolidatosi nel corso del Novecento, classificava i formati in "fogli", la tradizionale unità di misura utilizzata dalle tipografie.
Il corredo promozionale destinato alle sale poteva comprendere tre formati principali. Il 70×100 cm, detto "un foglio" o soggettone, fu a lungo relativamente poco diffuso, ma divenne sempre più comune negli ultimi decenni di questo sistema, quando nei film a budget più contenuto finì spesso per sostituire i formati maggiori. Il 100×140 cm, detto "due fogli", rappresentava il formato standard ed era stampato in un unico pezzo. Il 140×200 cm, detto "quattro fogli", veniva invece stampato in due parti separate da accostare, perché le macchine tipografiche non potevano ospitare un foglio di quelle dimensioni.
Non per tutti i film venivano realizzati tutti e tre i formati. La dotazione dipendeva dal budget e il corredo promozionale poteva quindi restare incompleto.
Esistevano inoltre formati ancora più grandi, fino a 48 fogli, destinati all'affissione esterna e scelti direttamente dai distributori per il lancio dei film più importanti. Questi manifesti di grandi dimensioni non facevano parte del normale corredo consegnato alle sale cinematografiche.
Locandina e fotobusta: gli altri materiali promozionali
Accanto al manifesto, il corredo promozionale di un film poteva comprendere altri due materiali di natura profondamente diversa. Non si trattava di formati alternativi dello stesso oggetto, ma di tipologie autonome, ciascuna con una propria funzione.
La locandina, il piccolo formato verticale tipico della tradizione italiana, è la parente più stretta del manifesto. Di norma riprendeva l'immagine del quattro fogli, oppure quella del due fogli quando il quattro fogli non veniva realizzato, adattandola a un formato stretto e allungato di circa 33×70 cm. La parte superiore veniva però lasciata bianca, per consentire l'inserimento del nome della sala e degli orari di programmazione.
La fotobusta obbediva invece a una logica completamente diversa. Era costituita da una serie di fogli promozionali e, nelle sue forme più antiche, presentava spesso immagini illustrate o graficamente rielaborate, generalmente nel formato più piccolo di 35×50 cm. In seguito divenne prevalentemente fotografica e venne comunemente realizzata nel formato 50×70 cm.
La sua funzione principale non era quella di ripetere semplicemente l'immagine del manifesto, ma di mostrare scene del film e ritratti dei suoi protagonisti. Il numero dei soggetti poteva variare considerevolmente. Una serie comprendeva spesso otto o più soggetti, mentre per le produzioni più importanti poteva raggiungere quantità sensibilmente maggiori.
Spesso, soprattutto nel formato 35x50, l'immagine della fotobusta era incorniciata da un bozzetto disegnato (il più delle volte firmato dai pittori) in cui compariva il titolo del film. Questo bozzetto si ripeteva identico su tutte le fotobuste del set.
I cinema esponevano le fotobuste in apposite vetrine negli atri e negli altri spazi interni della sala, dove offrivano al pubblico un'anticipazione visiva del film e contribuivano a creare interesse per le proiezioni successive. Con il mutare della promozione cinematografica e dei materiali pubblicitari fotografici, la fotobusta scomparve progressivamente dal tradizionale corredo destinato alle sale.