Tra i pittori di cinema italiani, Giuliano Nistri è il maestro del dramma in chiaroscuro: un artista capace di congelare la scena nell'attimo culminante, scolpendo volti e corpi con squarci di luce improvvisa. La sua è una pittura dal forte impatto emotivo, che trasforma in immagini cupe e potenti perfino le commedie più solari. Autore di circa duemilacinquecento manifesti in oltre trent'anni di attività, Nistri ha firmato alcune delle immagini più memorabili del cinema italiano e internazionale, dai thriller di Hitchcock ai capolavori di Antonioni e De Sica. La sua firma elegante, in basso nell'angolo, è una delle più ricercate oggi dai collezionisti della cartellonistica del Novecento.
Dal "Travaso" al cinema: il satirico che divenne pittore di manifesti
Giuliano Nistri nasce a Roma nel 1926. Dopo il diploma al liceo artistico di via Ripetta, si afferma giovanissimo come pittore, illustratore e disegnatore satirico, collaborando con testate umoristiche come "Il Travaso delle idee" e, più tardi, "Il Borghese", e conquistando perfino la Palma d'Oro al Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera. È proprio mentre lavora come caricaturista che, alla fine degli anni Quaranta, il cinema si accorge di lui: a scoprirlo è l'intuito della major americana RKO, e il suo primo manifesto risale a La conversa di Belfort, opera d'esordio di Robert Bresson.
Da lì la carriera decolla. Come gli altri pittori di cinema, Nistri presentava le proprie tavole sperando di vederle prescelte e pagate per lo sfruttamento promozionale del film nelle sale, restando poi proprietario delle opere per ogni altro impiego. Lavorò per le maggiori case italiane e americane, da Warner Bros. e Paramount a Titanus, Lux e Ponti-De Laurentiis. C'è poi un dettaglio che racconta bene la singolarità della famiglia: anche il fratello maggiore, Lorenzo detto Enzo (1923-2008), era un cartellonista di primo piano, autore tra l'altro dei celebri manifesti di Colazione da Tiffany e Notorius. I due Nistri percorsero carriere parallele e simili a tal punto da essere talvolta confusi, un po' come accadeva, sul versante opposto dello stile, a colleghi come Sandro Symeoni o Carlantonio Longi.
Il delitto perfetto (Alfred Hitchcock, 1954)
Il manifesto de Il delitto perfetto è una delle prove più geniali di Nistri nell'arte della sintesi. Su un fondo turchese, l'artista riassume l'intero film in tre soli oggetti: il volto del maestro Alfred Hitchcock, illuminato da una livida luce verde, che occhieggia dall'angolo come un demiurgo della suspense; un enorme quadrante d'orologio dai numeri romani, allusione al tempo cronometrato del crimine "perfetto"; e un gigantesco paio di forbici aperte, l'arma del delitto, da cui cola un rivolo di sangue scarlatto. La rinuncia a ogni figura umana in favore del puro simbolo è una scelta di rara modernità grafica, che fa di questo manifesto un piccolo emblema del cinema hitchcockiano.
La notte (Michelangelo Antonioni, 1961)
La locandina de La notte mostra il Nistri più lirico e pittorico. A dominare il piccolo formato verticale è il grande volto di Monica Vitti, dipinto in un bianco e nero nervoso e materico, con l'unico accento cromatico delle labbra rosa: uno sguardo malinconico, sospeso, che incarna alla perfezione l'incomunicabilità del film di Antonioni. In basso, in una tonalità di azzurro freddo, compare la coppia formata da Moreau e Marcello Mastroianni, stretti eppure lontani. È un'immagine che traduce in pittura l'inquietudine borghese del capolavoro, con una raffinatezza che nulla concede all'effetto pubblicitario.
Amori celebri (Michel Boisrond, 1961)
Nel poster di Amori celebri, film a episodi del francese Michel Boisrond, Nistri costruisce una vera e propria galleria di volti femminili. Su un fondo nero profondo si affacciano, in cascata, diverse studi del viso di Brigitte Bardot, resi quasi in monocromia con la consueta sapienza chiaroscurale e accesi soltanto dal rosa carico delle labbra. La sensualità è suggerita più che esibita, affidata alla chioma vaporosa e allo sguardo. Accanto alla diva francese, il manifesto sciorina un cast stellare, da Belmondo a Delon a Simone Signoret. È un esempio perfetto di quel motivo, ricorrente in Nistri, della composizione costruita come costellazione di ritratti.
La noia (Damiano Damiani, 1963)
Il poster de La noia, tratto dal romanzo di Alberto Moravia, gioca tutto su un raffinato accordo di azzurri. In alto a sinistra, Horst Buchholz, in una camicia rossa che esplode come unica nota calda, fissa lo spettatore con aria tormentata; al centro, di spalle, la giovane Catherine Spaak volge il viso di profilo, la lunga chioma bionda e la spalla nuda a incarnare l'oggetto del desiderio. In basso, un inserto fotografico vira al seppia il volto di Bette Davis con il bocchino tra le dita. Nistri orchestra la tensione erotica e psicologica del film con pochi, sapienti contrasti.
Matrimonio all'italiana (Vittorio De Sica, 1964)
Anche il manifesto di Matrimonio all'italiana è un trittico di volti, dedicato questa volta a Sophia Loren. Al centro, su fondo nero, la diva emerge con prorompente sensualità, la chioma di un rosso fiammante e un sottoveste nero, le mani raccolte sul petto. Tutt'intorno, due ulteriori ritratti virati in un azzurro lunare ne restituiscono i diversi stati d'animo, dalla malizia alla malinconia, alludendo alla complessità del personaggio di Filumena. È il Nistri più pop e teatrale, capace di far convivere il glamour della star con la profondità del dramma di Eduardo De Filippo da cui il film è tratto.
Lo stile di Nistri: il chiaroscuro come dramma
Ciò che rende Nistri inconfondibile è l'uso del chiaroscuro marcato, dei contrasti cromatici e di effetti luministici intensi che richiamano, per certi versi, la lezione caravaggesca. Nei suoi manifesti la scena si congela al culmine dell'azione, mentre lo sfondo, spesso uniforme, è studiato per far esplodere in primo piano i personaggi. In altri lavori la composizione si costruisce per pennellate nette e stilizzate, che insieme formano e dissolvono le figure accentuando la tensione narrativa.
Questa vena drammatica tocca il vertice ne La maschera del demonio di Mario Bava, dove il fascio di luce che taglia in due il volto di Barbara Steele genera un'inquietudine quasi tattile: un manifesto entrato nella leggenda del gotico italiano, accanto a quelli firmati da colleghi come Marcello Colizzi e Averardo Ciriello. Ma Nistri sapeva anche cambiare registro: per My Fair Lady di George Cukor adottò uno stile delicato e sfumato, ritraendo Audrey Hepburn nell'abito bianco disegnato da Cecil Beaton. Rigore grafico e libertà pittorica convivono in lui con naturalezza, segno di una versatilità non comune.
L'eredità di Nistri
Giuliano Nistri si è spento ad Anzio nel novembre del 2022, dopo una vita intera dedicata al pennello, trascorsa in gran parte nello studio affacciato sul mare tra Anzio e Nettuno. Accanto ai circa duemilacinquecento manifesti cinematografici, lasciò un'intensa attività di disegnatore satirico e di illustratore, anche per l'Arma dei Carabinieri. Negli ultimi anni la sua opera è tornata alla luce dalle cantine in cui dormiva impolverata, anche grazie al documentario che il regista Fabio Micolano ha dedicato alla sua figura e a quella di una professione ormai scomparsa.
La sua eredità è quella di un artista che seppe fondere il dramma e l'ironia, la potenza grafica e la finezza pittorica, dando dignità d'arte a un mestiere che durava il tempo di una programmazione. Riscoperto oggi da studiosi e collezionisti accanto agli altri grandi pittori di cinema, Nistri resta uno degli interpreti più intensi e originali di quella stagione irripetibile in cui i muri delle città italiane erano gallerie d'arte a cielo aperto.