Giovanni Di Stefano, il pittore del movimento
Di Stefano è un pittore del gesto e questa qualità, maturata negli anni delle copertine illustrate per i grandi settimanali popolari, lo ha reso una delle mani più efficaci del manifesto d'avventura e digenere tra gli anni Sessanta e Settanta.
Luglio 14, 2026
Ci sono cartellonisti che costruiscono il manifesto come un ritratto in posa, e altri che lo pensano come un fotogramma rubato all'azione. Giovanni Di Stefano appartiene senza dubbio alla seconda famiglia. La sua firma, un "G. Di Stefano" dal tratto corsivo e nervoso, compare su opere in cui tutto è colto nell'attimo: un corpo che fluttua nello spazio, un generale in piedi tra i caduti con la pistola alzata, una spada sguainata davanti a un volto mascherato. Prima ancora che un pittore di divi, Di Stefano è un pittore del gesto e questa qualità, maturata negli anni delle copertine illustrate per i grandi settimanali popolari, lo ha reso una delle mani più efficaci del manifesto d'avventura e digenere tra gli anni Sessanta e Settanta.
Dalle copertine illustrate al cinema
Giovanni Di Stefano nasce a Roma il 24 marzo 1930. Terminati gli studi nel 1954, comincia a lavorare l'anno seguente come illustratore per riviste storiche e di cronaca e come fumettista per collane digialli per ragazzi, collaborando con lo Studio Rosi. La vera palestra sono però le copertine dipinte: per tre anni è il pittore di copertina de La Tribuna Illustrata, uno dei settimanali illustrati più popolari d'Italia, dove ogni settimana bisogna condensare un fatto di cronaca in una sola immagine drammatica e leggibile. Seguono le collaborazioni con la rivista storica 7 anni di guerra (1959) e, negli anni, con Cronaca, Polizia Moderna, Il Carabiniere e Cronaca Nera.
È una formazione che spiega tutto il suo cinema dipinto. La copertina di cronaca e il poster cinematografico rispondono alla stessa legge: fermare il passante, raccontare una storia in un colpo d'occhio, promettere emozione. Chi ha imparato a dipingere un inseguimento o un salvataggio per la prima pagina di un settimanale arriva al manifesto già padrone del mestiere.
L'illustratore scelto per le uscite italiane
Tra il 1960 e il 1980 Di Stefano diventa l'illustratore scelto per le uscite italiane di case di produzione e distribuzione italiane ed estere, tra cui la United Artists, la Delta Film e soprattutto la Metro Goldwyn Mayer, di cui firma diversi manifesti per il mercato italiano. Come tutti i Maestri della cartellonistica lavora in autonomia nel proprio studio romano, partendo dai materiali fotografici dei film per costruire immagini nuove, pensate per i formati e per il pubblico italiani. Nell'ambiente è conosciuto anche con il diminutivo di Nino.
Il suo repertorio copre l'intero ventaglio dei generi di quegli anni: il film musicale con i divi americani, la fantascienza, il western e il cappa e spada, la comicità classica riproposta nelle riedizioni. Una versatilità che era la condizione stessa del lavoro, perché il distributore chiedeva ogni settimana un'immagine diversa, capace di vendere il film in pochi secondi sui muri delle città.
Lo stile: il corpo in azione
Osservando le sue opere emerge una cifra costante: la costruzione del manifesto intorno a un movimento. Dove altri colleghi puntano tutto sulla fisionomia del divo, Di Stefano cerca la torsione del corpo, il gesto sospeso, la diagonale che attraversa il foglio. I volti sono somiglianti e curati, ma è l'azione a comandare la composizione: le figure sembrano entrare o uscire dalla scena, mai posare. A questo si aggiunge un colore caldo e squillante, spesso costruito su un fondo dominante, un giallo, un blu notte, un arancio, che fa da cassa di risonanza alle figure. È la lezione delle copertine popolari portata al formato gigante del muro: semplicità dichiarata dei mezzi, massima resa emotiva.
Le opere
Avventura in Oriente (Gene Nelson, 1965)
Il manifesto di Avventura in Oriente è dominato dal volto di Elvis Presley avvolto in un copricapo arabo bianco cinto da cordoni colorati, lo sguardo magnetico rivolto allo spettatore. Intorno a lui, su un fondo giallo oro, tre figure femminili velate emergono in un blu monocromo da sogno, mentre in alto a destra si profilano una tenda e i minareti di una città orientale. Il contrasto tra il ritratto a colori pieni del divo e il mondo azzurro e immateriale delle donne dell’harem organizza la lettura dell'immagine con una regia cromatica che trasforma il manifesto in una fantasia esotica più che in una scena.
Il fango verde (Kinji Fukasaku, 1968)
Il manifesto de Il fango verde mette in scena una donna in tuta spaziale argentea e casco a bolla, i capelli rossi sciolti dentro la sfera trasparente, avvinghiata dal tentacolo squamoso di una creatura verde da cui spunta un unico occhio giallo. Intorno astronauti armati fluttuano nel blu profondo dello spazio, tra razzi in volo, la Terra sospesa e la ruota di una stazione orbitante. È un piccolo manuale di fantascienza dipinta: il mostro, l'eroina in pericolo, il cosmo come fondale, tutto tenuto insieme da un movimento a spirale che fa ruotare l'occhio dentro l'immagine senza mai fermarlo.
La storia del generale Custer (Raoul Walsh, 1941)
La locandina de La storia del generale Custer ritrae Errol Flynn in piedi sull'ultima collina di Little Bighorn, la giubba di pelle chiara, il fazzoletto rosso al collo, la pistola alzata accanto al vessillo del reggimento, circondato dai caduti in divisa blu mentre all'orizzonte la carica dei guerrieri a cavallo chiude ogni via di fuga. La composizione piramidale, con il generale al vertice e i corpi a terra, dà alla scena una solennità da pittura di storia e il cielo giallo attraversato dal fumo accende il tono epico dell'insieme.
Zorro il cavaliere della vendetta (José Luis Merino, 1971)
Il poster di Zorro il cavaliere della vendetta punta sul primo piano dell'eroe, cappello nero a tesa larga e volto coperto dal fazzoletto, la spada sguainata in diagonale davanti al petto, mentre una giovane donna con una fascia rossa tra i capelli gli si stringe al braccio cercando protezione. Sul fondo giallo acceso, in basso, una pattuglia di cavalieri si lancia al galoppo verso il titolo graffiato in rosso come un colpo di lama. Il contrasto tra la coppia immobile e la cavalcata minuscola sullo sfondo dà profondità alla scena, e tutta l'immagine vive di quella spada tesa che la taglia in due.
Il pittore di via Margutta
Accanto al cinema, Di Stefano non ha mai abbandonato la pittura da cavalletto e questa seconda vita gli ha portato riconoscimenti documentati: il primo premio al trofeo Primavera Romana nel 1980, il primo premio La Sciara di Stromboli nel 1986 e di nuovo nel 1988, anno in cui ha vinto anche il concorso di pittura estemporanea Maggio a via dei Giubbonari. Figura tra i membri dei Cento Pittori di via Margutta, la storica associazione che porta l'arte figurativa nella strada degli artisti romani. I suoi soggetti prediletti sono il mare e i pescatori, i cavalli in corsa, le maternità: ancora una volta corpi in movimento, come sui manifesti. Nel settembre 2021 la galleria romana Studio CiCo gli ha dedicato una mostra, presentata dalla critica d'arte Mara Ferloni, che ha riportato l'attenzione sul suo percorso.
Di Stefano e i Maestri Cartellonisti
Nel panorama dei pittori di cinema, Di Stefano occupa il territorio dell'azione e dell'avventura con una riconoscibilità che regge il confronto con i colleghi più celebrati. La critica lo ha accostato ad Angelo Cesselon per le doti di ritrattista, e il suo lavoro per la Metro Goldwyn Mayer lo colloca in una tradizione italiana di rapporto con la grande casa americana che aveva in Silvano Campeggi il suo nome storico. Rispetto a un Symeoni, più grafico e sperimentale, Di Stefano resta fedele alla pittura piena delle copertine popolari, ed è proprio questa fedeltà a rendere oggi i suoi manifesti così immediatamente evocativi di un'epoca: sono l'ultima grande stagione in cui l'avventura, prima di essere vista sullo schermo, veniva dipinta sui muri.