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Piero Ermanno Iaia: tra figurazione e modernità

Roma, 1933 – Roma, 2023

Luglio 2, 2026

Tra i pittori di cinema italiani, Piero Ermanno Iaia è il grande sperimentatore: un artista che ha fatto della ricerca stilistica il cuore del proprio lavoro, convinto che spettasse al cartellonista stesso "dettare la moda" e lanciare soluzioni grafiche nuove, al passo con i tempi che cambiavano. Capace di passare in un attimo dalla pittura figurativa più calda alla serigrafia a tinte piatte, dal collage all'optical art, Iaia firmò circa ottocento bozzetti per oltre quattrocento film, producendo a ritmi vertiginosi per le maggiori case italiane e americane. La sua firma, "Piero Iaia", chiude alcune delle immagini più sorprendenti e moderne della cartellonistica italiana del Novecento.

Dall'Accademia allo Studio Favalli: l'esordio di un innovatore

Piero Ermanno Iaia nasce a Roma nel 1933. Dopo il liceo artistico si diploma all'Accademia di Belle Arti e, dal 1959, entra nello Studio Favalli, una delle sigle più qualificate fra quelle attive per il cinema. L'esordio sul grande schermo arriva nel 1961 con il manifesto di Barabba di Richard Fleischer, al cui corredo pubblicitario lavorano più artisti, tra cui Averardo Ciriello: a Iaia tocca il colossale formato a ventiquattro fogli, diffuso in Italia dalla De Laurentiis e negli Stati Uniti dalla Paramount.

Il primo grande bozzetto per un film italiano è del 1964, ed è già un piccolo manifesto programmatico: per Sedotta e abbandonata di Pietro Germi, Iaia ritrae Stefania Sandrelli circondata da una folla di volti maschili ossessivi, quasi grotteschi nelle loro espressioni, dall'ammiccante al severo, a riassumere l'intera condizione femminile nell'Italia del delitto d'onore. Come gli altri pittori di cinema, da Sandro Symeoni ai fratelli Nistri, Iaia presentava le proprie tavole sperando di vederle scelte e pagate per il solo sfruttamento promozionale nelle sale, restando poi proprietario delle opere per ogni altro impiego. Lavorò per MGM, Twentieth Century Fox e Universal, firmando anche manifesti destinati ai soli mercati esteri.

A briglia sciolta (Roger Vadim, 1961)

La locandina di A briglia sciolta, commedia francese con Brigitte Bardot diretta da Roger Vadim, è un inno alla diva come puro marchio. Su un fondo azzurro percorso da pennellate graffianti campeggia l'enorme monogramma bianco "BB", mentre in basso il volto della Bardot, chioma bionda scomposta e labbra accese di rosso, fissa lo spettatore con sensualità ironica. Iaia gioca tutto sulla forza grafica delle due iniziali e sul contrasto tra il segno gestuale dello sfondo e la morbidezza del ritratto. È l'immagine di una star ridotta alla sua essenza iconica, anni prima che la pop art ne facesse una regola.

Acid - Delirio dei sensi (Giuseppe M. Scotese, 1968)

Tutt'altro mondo nel manifesto di Acid - Delirio dei sensi, film-denuncia di Giuseppe Maria Scotese sull'uso degli allucinogeni. Qui Iaia si abbandona a una composizione psichedelica vertiginosa: un vortice nero risucchia decine di volti e corpi che si sciolgono in colori liquidi e acidi, dall'arancio al turchese al viola, tra estasi e angoscia. Il titolo "ACID" è risolto con un lettering optical a righe vibranti. È il Iaia più audace e sperimentale, capace di tradurre in immagine il "delirio dei sensi" del titolo e di anticipare l'estetica visiva di un'intera stagione.

Il conformista (Bernardo Bertolucci, 1970)

Il poster de Il conformista di Bernardo Bertolucci, tratto dal romanzo di Moravia, è il banco di prova della sua svolta moderna. Iaia lo realizza in serigrafia, a tinte piatte e brillanti, persino fluorescenti, costruendo un mosaico di volti e scene: Jean-Louis Trintignant di profilo sotto il cappello, Stefania Sandrelli e Dominique Sanda, una pistola puntata, un'auto d'epoca, l'ombra verdastra del potere fascista. Il titolo in caratteri déco rimanda agli anni Trenta del film. È un poster che abbandona la pennellata per il segno grafico netto, in piena sintonia con il rigore visivo del capolavoro di Bertolucci.

La casa dalle finestre che ridono (Pupi Avati, 1976)

Nel poster de La casa dalle finestre che ridono di Pupi Avati, Iaia raggiunge un vertice di sintesi inquietante. Su un fondo nero, due imposte verdi spalancate incorniciano un riquadro giallo accecante e, in alto, si trasformano in una bocca rossa irta di denti: la "finestra che ride" del titolo. Al centro, un corpo appeso a testa in giù, i polsi legati, allude al brutale segreto del film. La scritta a pennello e i blocchi violenti di nero, giallo e rosso fanno di questa immagine uno dei manifesti horror più memorabili del nostro cinema, accanto a quelli firmati da colleghi come Averardo Ciriello.

Blue Nude (Luigi Scattini, 1977)

Anche il poster di Blue Nude di Luigi Scattini, storia ambientata nel mondo del cinema a luci rosse americano, è una prova di grafica radicale. Su un fondo nero profondo, una figura femminile nuda interamente virata in azzurro si libra in diagonale, i capelli al vento, in una resa quasi serigrafica fatta di texture granulose. Il titolo, in lettere bianche tracciate a pennello largo, e la sola nota gialla del claim completano una composizione essenziale e potente. Iaia rinuncia a ogni ammiccamento per puntare sulla forza astratta del colore unico, dimostrando quanto la sua ricerca fosse lontana dalla cartellonistica tradizionale.

Lo stile di Iaia: la moda detta dal pennello

Ciò che distingue Iaia è la convinzione, quasi militante, che il cartellonista dovesse precedere il gusto del pubblico anziché inseguirlo. Per questo alternava con disinvoltura la serigrafia, il collage e l'optical alle tecniche pittoriche più classiche, come i pastelli e la gouache dal "sapore antico" del bozzetto per Follia d'amore di Robert Altman (1985), accolto con entusiasmo alla Fox proprio per la sua eleganza fuori moda.

Questa libertà gli costò talvolta dei rifiuti. I bozzetti per Senza ragione di Silvio Narizzano (1972) furono respinti perché ritenuti troppo pittorici, e quelli per Novecento di Bertolucci (1976) vennero bocciati dalla Fox per la presenza di una falce, letta come allusione al comunismo. Ma in quel caso accadde qualcosa di straordinario: Bertolucci, grande estimatore del manifesto dipinto, non riuscì a far cambiare idea alla major e decise allora di acquistare di tasca propria i bozzetti di Iaia, pur sapendoli inutilizzabili. Un altro regista, Francesco Rosi, gli chiese invece per Cristo si è fermato a Eboli (1979) di avvicinare la propria mano al ductus pittorico di Carlo Levi. Suo, tra l'altro, è anche il manifesto italiano di Psycho di Hitchcock.

L'eredità di Iaia

Piero Ermanno Iaia si è spento a Roma nel 2023, dopo una carriera lunghissima conclusasi sul finire degli anni Ottanta con il ventiquattro fogli per Il sole anche di notte dei fratelli Taviani (1989). Accanto agli oltre quattrocento film, lasciò un'intensa attività nella televisione e nell'editoria, a conferma di una versatilità senza pari.

La sua eredità è quella di un artista colto e inquieto, capace di tenere insieme la tradizione figurativa e le aperture più radicali alla modernità, dalla pop art alla grafica d'avanguardia. Riscoperto negli ultimi anni dal volume Pittori di Cinema e dalle retrospettive della Cineteca di Bologna, dove è stato presentato accanto ad Alessandro Biffignandi, Iaia resta, insieme a maestri come Symeoni, Casaro e i Nistri, uno degli interpreti più sperimentali di quella stagione irripetibile in cui i muri delle città italiane erano gallerie d'arte a cielo aperto.

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Ultimo aggiornamento: Luglio 2, 2026

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