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Rodolfo Valcarenghi, la prima firma dello Studio Favalli

Nella Roma del cinema c'era un indirizzo che tutti i pittori conoscevano: lo Studio Favalli, la bottega fondata da Augusto Favalli, il più celebre degli atelier della cartellonistica italiana, quello da cui passarono, tra prove e apprendistati, molti dei nomi che avrebbero fatto la storia del manifesto. Dentro quella officina leggendaria, la firma che ricorre più spesso accanto al marchio della casa è una sigla elegante in corsivo: Valcarenghi. Rodolfo Valcarenghi è stato per anni il pennello di punta dello Studio, l'uomo delle grandi campagne per la Lux e per le major americane e insieme uno degli stilisti più raffinati del manifesto italiano: pochi come lui hanno saputo portare sui muri l'eleganza dell'illustrazione di moda e la modernità della grafica internazionale.

Luglio 21, 2026

Rodolfo Valcarenghi nasce a Roma il 24 luglio 1933 e cresce professionalmente nel cuore del sistema: lo Studio Favalli, l'atelier che forniva alla Lux Film e alle grandi distribuzioni i bozzetti e i relativi manifesti destinati al lancio dei film in sala, un utilizzo specifico che lasciava agli Autori ogni altro diritto sulle proprie opere. La bottega funzionava da vera università del mestiere, al punto che vi si presentavano in provino i giovani di talento di tutta Italia, compreso, nel decennio in cui Valcarenghi si affermava, un coetaneo trevigiano di nome Renato Casaro. Che Valcarenghi fosse la prima firma della casa non è un'impressione ma un dato: nella raccolta pubblica di manifesti cinematografici catalogata da Internet Culturale, dei settanta fogli attribuiti allo Studio Favalli ben diciannove portano il suo nome di autore, il numero più alto tra tutti gli artisti della bottega. Valcarenghi lavora in autonomia dentro e accanto a questa struttura per tutta la stagione d'oro e muore a Roma il 2 agosto 2008, lasciando un corpus di opere che le collezioni pubbliche e il collezionismo stanno ancora ricomponendo.

Le opere scelte per le uscite italiane

I fogli con la sua firma raccontano campagne di primissimo piano: le coproduzioni De Laurentiis e Ponti distribuite dalla Paramount, il cinema d'autore della Lux, la Universal dei divi assoluti. Come tutti i Maestri della cartellonistica, Valcarenghi teneva conto delle indicazioni di massima che accompagnavano ogni uscita, il divo da esaltare, il tono del film, ma davanti al foglio bianco rispondeva solo al proprio talento: si presentava con la sua opera e l'opera, con una frequenza che il catalogo della bottega documenta, veniva scelta. È la dinamica che spiega la qualità sorprendente di questi materiali: non esecuzioni su ordinazione, ma creazioni autonome nate per convincere prima di tutto chi doveva sceglierle.

Lo stile: l'eleganza come marchio

Guardando le opere di Valcarenghiconservate nell'archivio Movie.it, fotografate dalle stampe originali, la parola che torna è eleganza. La sua mano sa fare tutto, l'epica equestre, la battaglia, il bacio, ma dove diventa inconfondibile è nel ritratto femminile di gusto quasi da rivista di moda, costruito con pochi colori assoluti e una linea che ricorda i grandi illustratori parigini e nell'apertura alla grafica moderna, campiture geometriche, fondi a colore unico, titoli trattati come oggetti di design. In lui la lezione classica della bottega convive con un occhio puntato sulle correnti internazionali degli anni Sessanta: il risultato sono manifesti che oggi si guardano come pezzi di grafica d'epoca nel senso più nobile, capaci di stare accanto alle copertine e alle pubblicità migliori di quel decennio irripetibile.

Le opere

Attila (Pietro Francisci, 1954)

Il manifesto di Attila, nella versione creata per la riedizione del 1964, incendia il foglio di rosso: Anthony Quinn, elmo piumato e mantello verde al vento, impenna un cavallo bianco dalla criniera fiammeggiante brandendo la spada, la sella coperta da una pelle di leopardo, mentre dal fondo scarlatto emerge, gigantesco e monocromo, il volto di Sophia Loren con gli orecchini e la collana appena accennati a segno di matita. In basso, una linea di cavalieri in silhouette carica attraverso la pianura. Il rosso totale del fondo, che ingloba la diva come un'apparizione, è una scelta di coraggio cromatico che trasforma il kolossal storico in un'immagine quasi astratta: il flagello di Dio ridotto ai suoi colori, sangue, oro e furia.

La rossa (Helmut Käutner, 1962)

Il manifesto de La rossa è un esercizio di alta eleganza che sembra uscito da una rivista di moda parigina: su un fondo nero assoluto, il ritratto di una donna dai capelli rossi fiammeggianti, la pelle candida risolta in puro spazio bianco, gli occhi verdi e le labbra scarlatte, il busto chiuso da una fascia di pizzo nero disegnata con precisione da incisore. In alto corre, scritta a pennello come su un biglietto, la promessa "piacente, appetitosa, una donna che sa scegliere con gusto" e il titolo rosso dalle grazie allungate completa un'immagine costruita su tre colori soli. È il manifesto come ritratto di stile, la femminilità raccontata per sottrazione: tra le opere più raffinate del decennio e la dimostrazione che la cartellonistica italiana sapeva parlare anche la lingua della moda.

Grido di battaglia (Irving Lerner, 1963)

Il poster di Grido di battaglia organizza il melodramma di guerra in tre registri di colore: al centro, in una striscia di azzurri e verdi acquatici, la coppia si bacia immersa fino alla vita sotto una cascata, lei in sottoveste bianca bagnata, lui a torso nudo; a sinistra, virato in un rosso monocromo, il volto duro di Van Heflin sopra le mani che impugnano fucile e pistola; a destra, nello stesso rosso rovente, la battaglia, gli aerei in picchiata, il carro in fiamme, i soldati all'assalto e in basso un uomo che trascina in salvo un compagno ferito. L'acqua fresca dell'amore incastonata nel fuoco della guerra: la struttura cromatica è essa stessa il racconto, con una sapienza compositiva da grande bottega.

I compagni (Mario Monicelli, 1963)

Il manifesto de I compagni è tra i vertici dell'illustrazione applicata al cinema d'autore: al centro, dipinto con pienezza pittorica, il professor Sinigaglia di Marcello Mastroianni siede in maniche di camicia con il cappotto verde sulle spalle, gli occhiali sul naso, la sigaretta alle labbra e i piedi a mollo in una tinozza, l'immagine stessa dell'agitatore stanco e indomabile. Intorno a lui, su un fondo ocra dorato, la Torino operaia del film scorre in vignette a segno leggero, la rissa alla stazione, i lavoratori seduti, gli interni poveri, con tocchi di rosso, le sciarpe, i turbanti che cuciono l'insieme come una punteggiatura. Il foglio riproduce la struttura di un racconto popolare illustrato e la scelta è perfetta per il film di Monicelli: la Storia in un uomo, il coro intorno.

Sciarada (Stanley Donen, 1963)

La locandina di Sciarada per la prima edizione italiana mette la coppia più elegante di Hollywood dentro una cornice pop: Cary Grant, sopracciglio alzato e pistola puntata, accanto a un'Audrey Hepburn dagli enormi occhi verdi avvolta in un foulard arancione e alle loro spalle una composizione astratta di blocchi geometrici, nero, rosa shocking, azzurro, verde che sa di grafica svizzera e di rivista di design. Il titolo, tra virgolette dentro un riquadro rosso dagli angoli tondi, è trattato come un marchio. Suspense e commedia sofisticata tradotte in un linguaggio visivo modernissimo, dove perfino il thriller si veste alla moda: un piccolo manuale di quanto il manifesto italiano dei primi anni Sessanta fosse aggiornato sul design internazionale.

Valcarenghi e i Maestri Cartellonisti

Nel panorama dei pittori di cinema, Rodolfo Valcarenghi è il nome che meglio racconta lo Studio Favalli dall'interno. Il catalogo pubblico della bottega lo affianca ai colleghi Piero Ermanno Iaia, il secondo per presenze, Alessandro Biffignandi, Arnaldo Putzu e Renato Fratini: una squadra di talenti che da quell'atelier partirono verso strade anche internazionali e in mezzo alla quale Valcarenghi rappresenta la continuità, l'uomo che della casa fu il pennello più costante. La sua eleganza grafica dialoga a distanza con le stagioni moderne di un Sandro Symeoni e la sua generazione è la stessa del Casaro che proprio da Favalli fece il provino d'ingresso nel mestiere. Se la storia del manifesto italiano è fatta di botteghe, quella dello Studio Favalli è il capitolo centrale: e nel capitolo centrale, la prima firma è la sua.

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Ultimo aggiornamento: Luglio 21, 2026

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