Manifesti Cinematografici di Renato Casaro: L'ultimo Maestro dei poster cult
Di Paolo Zelati, Responsabile editoriale di Movie.it
Agosto 20, 2026
Renato Casaro, fino a qualche mese fa, era l'ultimo sopravvissuto di un mondo che, purtroppo, si è trasformato solo in un pallido ricordo. Per chi ama la cartellonistica cinematografica, infatti, il pittore di Treviso era legato a doppio filo con il variopinto ed energetico cinema degli anni Ottanta, del quale lui e Sciotti sono stati gli intrepidi cantori. Nato a Treviso il 26 ottobre 1935 e scomparso improvvisamente il 30 settembre 2025, a novant'anni quasi compiuti, è stato l'artista che ha accompagnato il manifesto cinematografico dalla stagione d'oro degli anni Cinquanta fino alla soglia dell'era digitale, quando ormai il disegno è stato soppiantato dagli odiosi collage fotografici che gli americani definiscono con spregio “floating heads” (teste fluttuanti). Non è un caso se Quentin Tarantino, nel suo capolavoro “Once Upon a Time in Hollywood”, si sia rivolto a Renato Casaro per creare i finti manifesti “di genere” dei film che il personaggio interpretato da Di Caprio aveva girato in Italia. Renato Casaro non era solo un grande artista ma, tra le pieghe della Cultura Pop internazionale, era diventato il testimonial di un periodo storico, di un cinema che non c'è più e, in poche parole, di “un'emozione”.
Biografia di Renato Casaro: Dallo Studio Favalli agli esordi
La vocazione nasce presto e nasce per strada. Il giovane Casaro passa le ore a copiare i cartelloni esposti davanti alle sale di Treviso, alimenta la propria immaginazione e, ancora adolescente, comincia a dipingere pannelli pubblicitari per i cinema locali. A diciannove anni si trasferisce a Roma, dove entra nello studio di Augusto Favalli, una delle grandi officine da cui passava la pubblicità cinematografica italiana. È la stessa scuola di bottega da cui sono usciti tanti Autori di quella generazione: si guarda, si copia, si impara in fretta e, soprattutto, si produce... perché i distributori non hanno certo tempo di aspettare “l'ispirazione artistica”. Casaro impara molto velocemente. Già nella seconda metà degli anni Cinquanta firma manifesti per conto proprio, e nel 1957 apre il suo studio. I suoi bozzetti cominciano a essere scelti dalle case di distribuzione per titoli italiani e internazionali: il ragazzo di Treviso, poco più che ventenne, sta già decorando i muri italiani con la sua arte pittorica. Come per tutti i pittori della scuola, le opere nascevano in autonomia dentro il rapporto con le case: ogni immagine restava una creazione del suo specifico Autore, riconoscibile tra mille e aderente, però, alle esigenze distributive.
Il manifesto de "I Diabolici" di Henri-Georges Clouzot
Il manifesto de I diabolici (Henri-Georges Clouzot, 1955), realizzato da Casaro per una riedizione italiana dei primi anni Sessanta. Il volto terrorizzato di Véra Clouzot affiora da un vortice verde d'acqua torbida, sotto un titolo giallo che cola come vernice fresca: il thriller più celebre del maestro francese del brivido, reso con una maturità impressionante. La rappresentazione del vortice, poi, si ricollega all'immaginario hitchcockiano della psicanalisi, del rimosso e della follia. Un esempio di come Casaro riuscisse a studiare, assorbire e riproporre le sue ispirazione secondo uno stile che diventava sempre più personale.
La collaborazione con Dino De Laurentiis e il cinema di genere
La consacrazione arriva a metà anni Sessanta, quando Dino De Laurentiis sceglie le sue opere per alcune grandi produzioni. Il manifesto de La Bibbia di John Huston (1966) lo impone all'attenzione internazionale: da quel momento Casaro è il pittore dei grandi lanci. Con De Laurentiis firma anche l'iconico manifesto di Diabolik di Mario Bava (1968), entrando nella stagione più febbrile del cinema di genere italiano, quella in cui i suoi colleghi e rivali si chiamano Rodolfo Gasparri e Sandro Symeoni, e in cui negli studi romani si incrociano i giovani della generazione finale, come Aller, che con Casaro condividerà collaborazioni e clienti.
Sono gli anni del western all'italiana, il periodo in cui Casaro lega il proprio nome a quello di Sergio Leone: suo è il manifesto de Il mio nome è Nessuno (1973), il western di Tonino Valeri (nato da un'idea di Leone), con Terence Hill e Henry Fonda. E per il capolavoro della maturità del regista, C'era una volta in America (1984), è Casaro a firmare il grande manifesto dipinto dell'uscita internazionale, quello diffuso in Germania e in molti altri paesi. Purtroppo in Italia, alcuni litigi ed incomprensioni tra produttori e distributori (è stato lo stesso Casaro a raccontarmelo in un'intervista) fanno si che venga scelto il molto più anonimo manifesto fotografico.
Il Successo del poster di "Diabolik" di Mario Bava
Il manifesto di Diabolik (Mario Bava, 1968), prodotto da Dino De Laurentiis. Gli occhi azzurri di John Phillip Law dentro la maschera verde, il titolo che si ripete come un'eco e il cerchio bianco con il ladro in tuta nera e Marisa Mell: il manifesto a 2 fogli propone un'iconografia Pop che oscilla fra fumetto e sexy fantascienza (“Barbarella” e le sue sorelle erano molto in voga...). Ma è forse il 4 fogli (primo piano di Diabolik su sfondo nero ed occhi penetranti) ad essere la vera immagine di culto, uno dei disegni più famosi ed immediatamente riconducibili al maestro di Treviso.
Il Cinema Anni '70: Da "Lo chiamavano Trinità" ad "Amici Miei"
Nel 1970 arriva l'ultima fase dello sviluppo del Western all'italiana: la parodia. Questo “canto del cigno” di un genere (però) mai veramente morto produce una pellicola intitolata Lo chiamavano Trinità..., un vero e proprio fenomeno che nessuno aveva previsto: la coppia Terence Hill e Bud Spencer riempie le sale come nessun altro, ed il manifesto che accoglie gli spettatori davanti ai cinema è totalmente farina del sacco di Casaro. Quel pistolero addormentato sulla lettiga, trascinato dal suo cavallo verso il sole arancione, diventa un pezzo di immaginario nazionale, replicato l'anno dopo per ...continuavano a chiamarlo Trinità. Pochi manifesti italiani, nella storia del cinema, sono riusciti a diventare altrettanto iconici.
Gli anni Settanta significano anche Commedia all'italiana e Casaro firma il manifesto di uno dei capolavori assoluti del periodo: ”Amici Miei” (1975). I credits di questo film hanno una particolarità piuttosto singolare: “un film di Pietro Germi, regia di Mario Monicelli”. Germi, gravemente malato, aveva consegnato la sua creatura all'amico Monicelli, il quale la portò sullo schermo senza rinunciare alla firma del suo creatore. Il manifesto di Casaro, sebbene figlio di uno stile diverso dal solito, colpisce il bersaglio e le teste dei cinque amici a molla che schizzano fuori dalla scatola a sorpresa diventano, anch'esse, un simbolo di quella stagione meravigliosa del cinema italiano.
L'uso dell'aerografo e il successo internazionale di Casaro
Mentre in Italia il manifesto dipinto comincia a scomparire dalle bacheche dei cinema, Casaro fa il percorso inverso e diventa, così, un artista internazionale. Il motivo principale è da ricercare nel suo virtuoso uso dell'aerografo, molto amato dalle produzioni americane, tedesche e giapponesi. La lista dei manifesti da lui realizzati in questi anni si può identificare con un pezzo di storia del cinema mondiale: Conan il barbaro, Mai dire mai con il ritorno di Sean Connery in smoking, La storia infinita, Il nome della rosa, L'ultimo imperatore di Bertolucci, Rambo 2, Balla coi lupi, fino a Il tè nel deserto, ancora per Bertolucci, nel 1990. Quando ormai in tutto il mondo i manifesti si realizzavano con photoshop, i registi e i produttori che volevano un'immagine memorabile continuavano a cercare lui: l'ultimo pennello rimasto acceso.
Il manifesto di "Conan il Barbaro" con Arnold Schwarzenegger
Il manifesto di Conan il barbaro (John Milius, 1982), dipinto da Renato Casaro. Arnold Schwarzenegger nel ruolo che lo rese una star, la spada levata sopra il titolo scolpito come roccia: l'epica fantasy dei primi anni Ottanta trova nel pennello di Casaro la sua immagine definitiva, tra muscoli, acciaio e cieli di fuoco. È il tipo di grande commissione internazionale a cui il maestro trevigiano legò il proprio nome in quegli anni.
La locandina di "Rambo 2 - La vendetta"
La locandina di Rambo 2 - La vendetta (George P. Cosmatos, 1985). Stallone a torso nudo con la mitragliatrice, gli elicotteri e il tramonto di fuoco, sul cartoncino verticale della tradizione italiana, con lo spazio bianco in alto per il nome della sala e gli orari. Sono gli anni in cui, accanto al manifesto 100x140, si diffonde in Italia anche il formato 70x100, il poster propriamente detto, che spesso riprende la stessa immagine dipinta. L'icona muscolare degli anni Ottanta, dipinta all'aerografo con una precisione che la fotografia stessa invidiava.
L'eredità di Renato Casaro: Da Quentin Tarantino ai quadri sull'Africa
Chiusa la stagione dei manifesti, Casaro non smette di dipingere: cambia soggetto. Nascono i grandi quadri dedicati all'Africa e ai suoi animali; la passione che domina i suoi ultimi quindici anni viene alimentata dai viaggi e da una fascinazione che il Maestro raccontava volentieri. Intanto il cinema torna a cercarlo un'ultima volta, nel modo più affettuoso: nel 2019 Quentin Tarantino vuole proprio lui per dipingere i manifesti dei film immaginari di C'era una volta a... Hollywood, i western italiani del divo Rick Dalton.
L'ultimo dei pittori di cinema chiamato a fingere i manifesti di un'epoca che aveva fatto davvero: un omaggio che vale una carriera.
Chi lo ha conosciuto ricorda un uomo gentile, un marito devoto. Lui stesso definiva la moglie Gabriella la sua forza più grande, il vero faro della sua vita: con lei ha condiviso non solo gli affetti, ma anche le scelte lavorative. Frequentava gli archivi dove i suoi manifesti erano stati conservati, alla ricerca delle proprie opere per un libro sempre in preparazione e mai finito, con la pazienza di chi non ha nulla da dimostrare. E chi era presente ricorda la sua emozione quando Casaro, all'inaugurazione della mostra per il centenario dell'Aeronautica Militare, curata da Maria Grazia Bella, scoprì in una sala accanto le opere di Marcello Dudovich: l'ultimo maestro del manifesto commosso davanti a un maestro più antico, come a chiudere un secolo di storia in un solo sguardo. Nella sua ultima apparizione in video indicò la sua opera preferita: Il tè nel deserto. Renato Casaro si è spento improvvisamente nel settembre 2025, lasciando attoniti moglie e amici e con ancora progetti aperti. Ha lavorato fino all'ultimo, e le sue immagini continuano a fare quello che hanno sempre fatto: attirare l'attenzione dei passanti con affascinanti promesse di emozioni di celluloide.
Il manifesto de "Il Tè nel Deserto" di Bernardo Bertolucci
Il poster de Il tè nel deserto (Bernardo Bertolucci, 1990). La figura avvolta nel mantello scuro che scende la duna color sabbia, sola nella luce immensa: l'adattamento del romanzo di Paul Bowles, con Debra Winger e John Malkovich, reso in una delle immagini più eleganti mai uscite dall'aerografo di Casaro. Era il suo poster preferito, come dichiarò nella sua ultima apparizione pubblica: il quadro più silenzioso di una vita spettacolare, scelto come congedo.
Le opere riprodotte in questa pagina provengono dalle stampe originali dell'epoca, recuperate, fotografate e restaurate digitalmente da Movie.it.