Quando la storia del manifesto dipinto italiano si è avviata al tramonto, un solo pittore ha continuato a reggerne la bandiera davanti al mondo intero: Renato Casaro. Nato a Treviso il 26 ottobre 1935 e scomparso improvvisamente il 30 settembre 2025, a novant'anni quasi compiuti, è stato l'ultimo dei grandi Pittori Cartellonisti, l'artista che ha accompagnato il manifesto cinematografico dalla stagione d'oro degli anni Cinquanta fino alla soglia dell'era digitale, quando ormai dipingeva da solo contro la fotografia e il computer. La sua carriera attraversa tutto: il cinema di genere e i kolossal, Sergio Leone e Hollywood, la Germania e il Giappone, fino all'omaggio finale di Quentin Tarantino.
Da Treviso allo studio Favalli: gli esordi
La vocazione nasce presto e nasce per strada. Il giovane Casaro passa le ore a copiare i cartelloni esposti davanti alle sale di Treviso, e ancora adolescente comincia a dipingere pannelli pubblicitari per i cinema locali. A diciannove anni il salto: Roma, dove entra nello studio di Augusto Favalli, una delle grandi officine da cui passava la pubblicità cinematografica italiana. È la stessa scuola di bottega da cui sono usciti tanti Autori di quella generazione: si guarda, si copia, si impara in fretta, perché i distributori hanno sempre fretta.
Casaro impara molto velocemente. Già nella seconda metà degli anni Cinquanta firma manifesti per conto proprio, e nel 1957 apre il suo studio. I suoi bozzetti cominciano a essere scelti dalle case di distribuzione per titoli italiani e internazionali: il ragazzo di Treviso, poco più che ventenne, sta già dipingendo i muri d'Italia. Come per tutti i pittori della scuola, le opere nascevano in autonomia dentro il rapporto con le case: ogni immagine restava una creazione del suo specifico Autore, riconoscibile tra mille.
I diabolici (Henri-Georges Clouzot, 1955)
Il manifesto de I diabolici (Henri-Georges Clouzot, 1955), realizzato da Casaro per una riedizione italiana dei primi anni Sessanta. Il volto terrorizzato di Véra Clouzot affiora da un vortice verde d'acqua torbida, sotto un titolo giallo che cola come vernice fresca: il thriller più celebre del maestro francese del brivido, reso con una maturità impressionante. Una delle prime prove del futuro ultimo grande maestro, e già un piccolo manuale di come si costruisce la paura con due colori.
Dino De Laurentiis e il cinema di genere
La consacrazione arriva a metà anni Sessanta, quando Dino De Laurentiis sceglie le sue opere per le proprie grandi produzioni. Il manifesto de La Bibbia di John Huston (1966) lo impone all'attenzione internazionale: da quel momento Casaro è il pittore dei grandi lanci. Con De Laurentiis firma anche l'immagine di Diabolik di Mario Bava (1968), entrando nella stagione più febbrile del cinema di genere italiano, quella in cui i suoi colleghi e rivali si chiamano Rodolfo Gasparri e Sandro Symeoni, e in cui negli studi romani si incrociano i giovani della generazione finale, come Aller, che con Casaro condividerà collaborazioni e clienti.
Sono gli anni del western all'italiana, il territorio dove il suo pennello lega il proprio nome a Sergio Leone: suo è il manifesto de Il mio nome è Nessuno (1973), il western nato da un'idea di Leone, con Terence Hill e Henry Fonda. E per il capolavoro della maturità del regista, C'era una volta in America (1984), è Casaro a firmare il grande manifesto dipinto dell'uscita internazionale, quello diffuso in Germania e in molti altri paesi. Ma il trionfo popolare assoluto porta un altro nome, quello di due scanzonati fratelli pistoleri.
Diabolik (Mario Bava, 1968)
Il manifesto di Diabolik (Mario Bava, 1968), prodotto da Dino De Laurentiis. Gli occhi azzurri di John Phillip Law dentro la maschera verde, il titolo che si ripete come un'eco e il cerchio bianco con il ladro in tuta nera e Marisa Mell: psichedelia da fumetto trasferita di peso sul muro. Il film di culto che portò sullo schermo la creazione delle sorelle Giussani, in una delle immagini più pop dell'intera carriera di Casaro.
Trinità, Germi e Monicelli: gli anni Settanta
Nel 1970 arriva Lo chiamavano Trinità..., e con lui un fenomeno che nessuno aveva previsto: la coppia Terence Hill e Bud Spencer riempie le sale come nessun altro, e l'immagine che accoglie gli spettatori davanti ai cinema è di Casaro. Quel pistolero addormentato sulla lettiga, trascinato nel sole arancione, diventa un pezzo di immaginario nazionale, replicato l'anno dopo per ...continuavano a chiamarlo Trinità. Pochi manifesti italiani sono stati visti da così tante persone.
Il decennio gli porta anche la commedia, e con lei uno degli episodi più singolari della storia del cinema italiano, che si legge direttamente sul suo manifesto di Amici miei (1975): "un film di Pietro Germi, regia di Mario Monicelli". Germi, gravemente malato, aveva consegnato la sua creatura all'amico Monicelli, che la portò sullo schermo firmandola in quel modo unico; il cartellone di Casaro, con le teste dei cinque amici a molla che schizzano fuori dalla scatola a sorpresa, conserva per sempre quel passaggio di testimone.
Lo chiamavano Trinità... (E.B. Clucher, 1970)
Il manifesto de Lo chiamavano Trinità... (E.B. Clucher, 1970). Terence Hill dorme beato sulla lettiga trascinata dal cavallo, cappello sul volto e piedi scalzi, dentro un sole arancione che occupa tutto il foglio: una delle immagini più riconoscibili del cinema italiano. La pigrizia fatta epica, per il film che inventò il western comico e ottenne uno straordinario successo al botteghino.
L'aerografo e il mondo: gli anni Ottanta e Novanta
Mentre in Italia il manifesto dipinto si spegne, Casaro fa il percorso inverso: diventa un artista internazionale. È un virtuoso dell'aerografo, e le sue opere sono spesso scelte dalle produzioni americane, tedesche e giapponesi. La lista dei suoi titoli di questi anni è un pezzo di storia del cinema mondiale: Conan il barbaro, Mai dire mai con il ritorno di Sean Connery in smoking, La storia infinita, Il nome della rosa, L'ultimo imperatore di Bertolucci, Rambo 2, Balla coi lupi, fino a Il tè nel deserto, ancora per Bertolucci, nel 1990. Quando ormai in tutto il mondo i manifesti si facevano con la fotografia, i registi e i produttori che volevano un'immagine memorabile continuavano a cercare lui: l'ultimo pennello rimasto acceso.
Conan il barbaro (John Milius, 1982)
Il manifesto di Conan il barbaro (John Milius, 1982), dipinto da Renato Casaro. Arnold Schwarzenegger nel ruolo che lo rese una star, la spada levata sopra il titolo scolpito come roccia: l'epica fantasy dei primi anni Ottanta trova nel pennello di Casaro la sua immagine definitiva, tra muscoli, acciaio e cieli di fuoco. È il tipo di grande commissione internazionale a cui il maestro trevigiano legò il proprio nome in quegli anni.
Rambo 2 - La vendetta (George P. Cosmatos, 1985)
La locandina di Rambo 2 - La vendetta (George P. Cosmatos, 1985). Stallone a torso nudo con la mitragliatrice, gli elicotteri e il tramonto di fuoco, sul cartoncino verticale della tradizione italiana, con lo spazio bianco in alto per il nome della sala e gli orari. Sono gli anni in cui, accanto al manifesto 100x140, si diffonde in Italia anche il formato 70x100, il poster propriamente detto, che spesso riprende la stessa immagine dipinta. L'icona muscolare degli anni Ottanta, dipinta all'aerografo con una precisione che la fotografia stessa invidiava.
L'Africa, Tarantino e l'eredità
Chiusa la stagione dei manifesti, Casaro non smette di dipingere: cambia soggetto. Nascono i grandi quadri dedicati all'Africa e ai suoi animali, la passione che domina i suoi ultimi quindici anni almeno, alimentata dai viaggi e da un fascino che raccontava volentieri, e che progettava di tornare a nutrire dal vero. Intanto il cinema torna a cercarlo un'ultima volta, nel modo più affettuoso: nel 2019 Quentin Tarantino vuole proprio lui per dipingere i manifesti dei film immaginari di C'era una volta a... Hollywood, i western italiani del divo Rick Dalton. L'ultimo dei pittori di cinema chiamato a fingere i manifesti di un'epoca che aveva fatto davvero: un omaggio che vale una carriera.
Chi lo ha conosciuto ricorda un uomo gentile, un marito devoto. Lui stesso definiva la moglie la sua forza più grande. Con lei ha condiviso non solo gli affetti, ma anche le scelte lavorative, un faro nella vita del maestro. Frequentava gli archivi dove i suoi manifesti erano stati conservati, alla ricerca delle proprie opere per un libro sempre in preparazione e mai finito, con la pazienza di chi non ha nulla da dimostrare. E chi c'era ricorda la sua emozione quando, all'inaugurazione della mostra per il centenario dell'Aeronautica Militare, curata da Maria Grazia Bella, allestita in larga parte con materiali d'epoca, scoprì in una sala accanto le opere di Marcello Dudovich: l'ultimo maestro del manifesto commosso davanti a un maestro più antico, come a chiudere un secolo di storia in un solo sguardo. Nella sua ultima apparizione in video indicò la sua opera preferita: Il tè nel deserto. Renato Casaro si è spento improvvisamente nel settembre 2025, lasciando attoniti moglie e amici e con ancora progetti aperti. Ha lavorato fino all'ultimo, e le sue immagini continuano a fare quello che hanno sempre fatto: fermare chi passa, e promettere un film.
Il tè nel deserto (Bernardo Bertolucci, 1990)
Il poster de Il tè nel deserto (Bernardo Bertolucci, 1990). La figura avvolta nel mantello scuro che scende la duna color sabbia, sola nella luce immensa: l'adattamento del romanzo di Paul Bowles, con Debra Winger e John Malkovich, reso in una delle immagini più eleganti mai uscite dall'aerografo di Casaro. Era il suo poster preferito, come dichiarò nella sua ultima apparizione pubblica: il quadro più silenzioso di una vita spettacolare, scelto come congedo.
Le opere riprodotte in questa pagina provengono dalle stampe originali dell'epoca, recuperate, fotografate e restaurate digitalmente da Movie.it.