Anche questa pagina parte da una sola certezza, una firma leggibile nell'angolo di cinque manifesti, e da un silenzio quasi totale attorno al nome che la accompagna. Di Donelli le fonti pubbliche non tramandano date, formazione, né aneddoti: restano le opere, e sono loro a tracciare il profilo di un decennio di lavoro, dalla metà degli anni Cinquanta all'inizio dei Sessanta, sospeso tra la commedia napoletana, il cinema di paura inglese e la Nouvelle Vague.
Un'ampiezza di sguardo fuori dal comune
Se un filo lega i cinque manifesti di questa pagina, è la loro distanza reciproca. Nello stesso decennio Donelli dipinge la Napoli popolare dei fratelli De Filippo, il thriller inglese della Ealing Studios, il dramma marinaro italo-spagnolo, la commedia hollywoodiana di provincia e, infine, uno dei vertici della modernità cinematografica europea, il film con cui Jean-Luc Godard trasforma Anna Karina in icona. Non sono molti i cartellonisti italiani capaci di muoversi con la stessa naturalezza tra questi mondi così diversi tra loro: segno di un mestiere solido, capace di adattare il proprio segno al registro di ogni singolo film piuttosto che imporre uno stile riconoscibile a ogni costo.
Il ritratto come racconto
Quello che accomuna i cinque manifesti è semmai un metodo: Donelli costruisce l'immagine attorno a un singolo volto o a una coppia di volti, portati in primissimo piano e caricati di tutta la tensione emotiva del film, lasciando che il contesto, quando c'è, resti sullo sfondo in forma di vignetta o di scena minore. È un'arte della sintesi psicologica prima ancora che narrativa: il terrore che si legge negli occhi di un'attrice, lo sguardo perso di un'altra, bastano a raccontare il film meglio di qualunque scena d'azione. Anche nel caso più sofisticato di questa pagina, il ritratto sfumato e quasi acquerellato per il film di Godard, la scelta è la stessa: un volto solo, isolato dal contesto, a farsi manifesto di un intero cinema nuovo.
Cortile (Antonio Petrucci, 1955)
Il manifesto di Cortile (Antonio Petrucci, 1955). Eduardo e Peppino De Filippo tra i panni stesi e le voci del vicolo napoletano, con il giovane George Poujouly appollaiato su un cornicione: la commedia corale ambientata in un cortile popolare, restituita per episodi di sguardi.
La mina (Giuseppe Bennati, 1958)
Il poster de La mina (Giuseppe Bennati, 1958). Elsa Martinelli e Antonio Cifariello aggrappati a un ordigno galleggiante in mezzo al mare aperto, i volti tesi contro il cielo grigio: la coproduzione italo-spagnola tradotta in un'unica immagine di paura e schermo panoramico.
La scogliera della morte (Leslie Norman, 1955)
Il poster de La scogliera della morte (Leslie Norman, 1955). Il volto di Sheila Sim contratto dal terrore dietro l'elica di un aereo trasformata in orologio: il thriller della Ealing Studios condensato nell'incubo della premonizione che si avvera.
Questa è la mia vita (Jean-Luc Godard, 1962)
La locandina di Questa è la mia vita (Jean-Luc Godard, 1962). Il volto sfumato di Anna Karina, quasi disegnato ad acquerello, con la scena della Parigi notturna alle sue spalle: il film che valse a Godard il Premio Speciale della Giuria a Venezia, condensato nel piccolo formato verticale in un'unica immagine che rinuncia a ogni effetto per la sola forza del ritratto.
Ragazze audaci (Joseph Pevney, 1954)
Il manifesto di Ragazze audaci (Joseph Pevney, 1954). Shelley Winters in primo piano fotografico nel riquadro in alto, e sotto la scena mondana dipinta a foglio intero, tra abiti da sera e un flash che esplode: la commedia Universal Playgirl, dove il formato pieno del manifesto lascia spazio al doppio registro, la fotografia della diva e la pittura della scena.
Un nome da verificare, un lavoro da conservare
Non è raro che proprio i cartellonisti più versatili, quelli che non si sono legati a un solo genere o a una sola distribuzione, restino i più difficili da documentare: mancando una specializzazione riconoscibile, mancano anche gli studi monografici che ne accompagnano la memoria. Donelli appartiene a questa categoria, e recuperarne il nome, prima che le opere si disperdano definitivamente senza un autore, resta il compito che questa serie si è data fin dall'inizio. Anche per lui, come per ogni altro pittore di questa collana, ogni immagine restava una creazione del suo specifico Autore, e merita di essere ricondotta a quel nome piuttosto che lasciata anonima. Nella comunità che Maurizio Baroni ha definito Pittori di Cinema, Donelli è oggi poco più di una firma: le cinque opere qui raccolte sono un primo passo per restituirgli lo spazio che gli spetta.
Le opere riprodotte in questa pagina provengono dalle stampe originali dell'epoca, recuperate, fotografate e restaurate digitalmente da Movie.it.