Per decenni la sua firma è rimasta un piccolo mistero negli angoli dei manifesti: cinque lettere, Aller, sotto il ginocchio di Giuliano Gemma o accanto alla pistola di Franco Nero. Dietro quella firma c'è Giovanni Alessandri, nato a Roma il primo gennaio 1946, uno dei Pittori Cartellonisti la cui storia non era mai stata raccontata: questa biografia è la prima.
Dalle tipografie romane allo Studio Paradiso
La sua strada comincia dal lato opposto del mestiere: non dal pennello, ma dalla macchina da stampa. Dopo la Scuola di Avviamento Professionale, nei primi anni Sessanta il giovane Alessandri entra a lavorare in alcune tipografie romane, la Policrom e la Rotolito, dove passano ogni giorno i fogli dei manifesti cinematografici. È lì che scatta la scintilla: vedere nascere dalla stampa le immagini dipinte a mano dagli artisti del cinema lo conquista, e capisce che quella, e non la tipografia, è la sua strada.
La porta d'ingresso è lo Studio Paradiso, una delle botteghe romane dove il mestiere si imparava lavorando fianco a fianco. È lì che conosce Mario Piovano, e negli anni collabora anche con Renato Casaro e con Franco Picchioni, in arte P. Franco. Una formazione da bottega rinascimentale: si guarda, si copia, si impara, dentro quella concorrenza e conoscenza reciproca tra pittori che ha reso la scuola italiana la migliore del mondo.
I bozzetti scelti dalle grandi case
Con il tempo i suoi bozzetti cominciano a essere scelti. Prima dalle case cinematografiche minori, poi, tra la seconda metà degli anni Settanta e gli anni Ottanta, da nomi importanti della distribuzione internazionale: Dear Film, M.G.M., C.I.C., United Artists. Il suo pennello attraversa i generi che avevano fatto grande la stagione del manifesto dipinto, a cominciare dal western, il territorio di Autori come Rodolfo Gasparrie Sandro Symeoni, dove Aller firma immagini di asciutta efficacia: il Giuliano Gemma chino sul dollaro forato, il Franco Nero che spara fuori dal foglio bianco.
Il vertice della visibilità arriva con il cinema più internazionale che esista: James Bond. Per la prima edizione italiana, nel 1977, de La spia che mi amava, prodotto da Albert R. Broccoli per la United Artists, Aller compone una grande macchina spettacolare di sommergibili, moto d'acqua e silhouette in smoking: il tipo di immagine che deve promettere tutto un mondo in un solo colpo d'occhio.
Il manifesto di Un dollaro bucato (Giorgio Ferroni, 1965)
Giuliano Gemma chino nella polvere scopre il dollaro che gli ha salvato la vita, con la cittadina western in bianco e nero alle spalle: la figura a colori che si stacca dal fondo neutro è un colpo di regia pittorica. Uno dei successi che consacrarono Gemma re del western romantico e popolare.
Il manifesto di Texas addio (Ferdinando Baldi, 1966)
Franco Nero spara fuori dal foglio, isolato su un fondo bianco appena graffiato di grigio: nessuno sfondo, nessuna scena, solo il divo e la fiammata della pistola. Girato subito dopo Django, il film cavalca il momento d'oro di Nero, e il poster di Texas addio lo racconta con una sintesi quasi grafica.
Il manifesto di Un italiano in America (Alberto Sordi, 1967)
Sordi in doppiopetto blu, valigia in mano e smarrimento in volto, tra i grattacieli di New York e l'insegna dell'Italian Spaghetti: l'emigrante candido davanti al sogno americano. Diretto e interpretato da Sordi accanto a Vittorio De Sica, uno dei suoi apologhi agrodolci sull'Italia che insegue l'America.
Il manifesto de La spia che mi amava (Lewis Gilbert, 1977)
Roger Moore in smoking e Barbara Bach avvinghiati sopra un mondo di sommergibili, moto d'acqua e sfingi al tramonto: il poster de La spia che mi amava promette l'intero catalogo delle meraviglie di 007, e mantiene. Per molti il migliore dei Bond di Moore, prodotto da Albert R. Broccoli.
Oltre il cinema: le copertine, il circo e il calendario più visto d'Italia
Come molti colleghi della sua generazione, Aller non lavora solo per il cinema. Illustra copertine per diverse case editrici, dalla Scuola a Ediperiodici a Curcio, e dedica una parte della sua produzione al mondo del circo, altro grande territorio del cartellonismo popolare.
Ma c'è un lavoro che, per diffusione, batte forse tutti i suoi manifesti messi insieme, ed è l'aneddoto che meglio racconta il paradosso di questo mestiere: subentrando a Salvatore Spataro, Aller realizza per anni le tavole illustrate del calendario di Padre Pio, appeso alle pareti di innumerevoli case italiane e non solo. Milioni di persone hanno vissuto per anni con un suo dipinto in cucina senza aver mai saputo il suo nome: la definizione perfetta del pittore cartellonista, l'artista più visto e meno conosciuto d'Italia.
La locandina di In quella casa... buio Omega (Joe D'Amato, 1979)
La maschera livida squarciata che incombe sulla casa in fiamme, con le musiche dei Goblin annunciate in basso e, in alto, la frase di lancio attribuita ad Alfred Hitchcock: solo a pensare a questo film mi sento i brividi addosso. Uno dei titoli più estremi dell'horror italiano, oggi oggetto di culto tra i collezionisti del genere.
Gli ultimi anni e l'eredità
Giovanni Alessandri ha scelto per l'ultima parte della sua vita Torvaianica, sul litorale romano, dove è morto l'11 giugno 2022. Apparteneva a quella generazione di Pittori di Cinema, come li ha definiti Maurizio Baroni, che ha attraversato per intero la parabola del manifesto dipinto: l'apprendistato in bottega, le grandi distribuzioni internazionali, i divi e i calendari, fino al tramonto del mestiere. La sua storia, rimasta finora scritta solo negli angoli dei suoi dipinti, entra ora nella galleria dei Maestri Pittori Cartellonisti Italiani: una firma che tutti hanno visto, e che finalmente ha un volto.
Le opere riprodotte in questa pagina provengono dalle stampe originali dell'epoca, recuperate, fotografate e restaurate digitalmente da Movie.it.