Marcello Colizzi, nato a Roma nel 1929 e scomparso nel 2022, è stato uno dei più brillanti pittori del cinema italiano, autore di circa trecento manifesti per il cinema nazionale e internazionale. Figlio d'arte, portò nel manifesto cinematografico una qualità rara: l'ironia. Cresciuto nell'ambiente dell'illustrazione satirica, seppe unire il gusto per la battuta visiva a un solido mestiere di pittore e grafico, muovendosi con la stessa disinvoltura tra la commedia all'italiana, il grande spettacolo hollywoodiano e il cinema d'autore. Le sue immagini, sempre riconoscibili per l'eleganza della composizione e per un tocco di leggerezza, hanno accompagnato in sala alcuni dei titoli più celebri degli anni Sessanta.
Figlio d'arte: dalla satira di Attalo al cinema
Marcello era figlio di Gioacchino Colizzi, il celebre caricaturista noto con lo pseudonimo di Attalo, firma storica di riviste umoristiche come il Marc'Aurelio, la fucina da cui uscirono molti dei grandi umoristi e sceneggiatori italiani. In quella casa di matite e battute respirò fin da ragazzo la cultura del disegno rapido, della sintesi e della vena comica, che sarebbe rimasta la sua cifra più personale. Non a caso molti suoi manifesti conservano quella forte vena umoristica tipica degli scrittori e disegnatori degli anni Cinquanta: un'ironia mai gratuita, capace di condensare in un dettaglio il tono di un film. Fu questa eredità a distinguerlo dai colleghi più drammatici e a renderlo particolarmente ricercato per le commedie.
Il Decameron (Pier Paolo Pasolini, 1971)
La locandina di Il Decameron, primo film della Trilogia della vita di Pier Paolo Pasolini, monta in un'unica scena più episodi del racconto di Boccaccio. Sullo sfondo, sotto le arcate di una piazza rinascimentale dai palazzi ocra e gialli, si muove una folla di personaggi in costume medievale. In primo piano si stagliano tre figure: a sinistra un giovane bruno accovacciato da cui parte una grande mano che punta il dito, a destra un vecchio dal cappello nero che porta la mano al viso, e al centro una coppia di ragazzi seminudi avvolti in un ruvido saio stretto da una corda. Il titolo è in rosso, sotto la scritta "un film di Pier Paolo Pasolini". La composizione, insieme corale e teatrale, restituisce il tono popolare e sensuale del film.
Una mano riconoscibile
La mano di Colizzi si distingue per l'equilibrio della composizione, per la pulizia del segno e per un raro senso della scena. Sapeva alternare il colore pieno e sfumato del ritratto alle soluzioni grafiche più moderne, e organizzare molti elementi in un'unica immagine senza mai generare confusione. Che si trattasse di un primo piano intenso o di una scena corale, il suo obiettivo era sempre lo stesso: guidare con chiarezza l'occhio dello spettatore, lasciando che fosse un dettaglio, un colore o una trovata a fissare il tono del film. È una versatilità che lo avvicina a un autore poliedrico come Averardo Ciriello, a suo agio tanto nel ritratto glamour quanto nella scena d'avventura, ma che Colizzi piega a una sensibilità tutta sua, più ironica e grafica. È questa lucidità compositiva, unita alla leggerezza del tocco, a rendere le sue opere immediatamente riconoscibili.
Il sorpasso (Dino Risi, 1962)
Il manifesto di Il sorpasso, capolavoro di Dino Risi con Vittorio Gassman, è una delle invenzioni grafiche più celebri del cinema italiano. Su un fondo nero, una giovane Catherine Spaak in costume a righe è dipinta con le lunghe gambe raccolte, lo sguardo ammiccante, mentre al centro campeggia un cartello stradale di divieto di sorpasso: dentro il disco rosso, al posto delle due automobili del segnale, è inserita la fotografia in bianco e nero di Vittorio Gassman che ride. In basso il titolo in giallo. L'accostamento tra la figura dipinta e l'inserto fotografico, tra la seduzione e la battuta, riassume in un colpo d'occhio lo spirito irriverente del film e quella vena ironica che è la firma di Colizzi.
La commedia all'italiana e la vena ironica
È nella commedia che Colizzi diede il meglio della sua verve. Lavorò a titoli brillanti come La voglia matta, muovendosi nel clima frizzante della commedia dei primi anni Sessanta e proprio in questo genere l'ironia ereditata dal padre si tradusse in idee visive spiazzanti, che giocano con i codici della strada, della pubblicità e del rotocalco. È un modo di intendere il manifesto non come semplice richiamo, ma come piccola trovata d'autore, sorprendentemente moderna ancora oggi.
I dieci comandamenti (Cecil B. DeMille, 1956)
Il poster di I dieci comandamenti, il kolossal biblico di Cecil B. DeMille qui nell'edizione italiana del 1959, punta tutto sul contrasto tra i due protagonisti e sulla scena madre. In basso, due grandi ritratti si fronteggiano: a sinistra il volto barbuto e canuto di Charlton Heston nei panni di Mosè, a destra quello rasato e severo di Yul Brynner nelle vesti del faraone con il collare egizio. Tra loro si apre l'immensa muraglia d'acqua del Mar Rosso, con il popolo in cammino sul fondo asciutto e la piccola figura di Mosè dal mantello rosso che leva le braccia. La cornice rossa e il lettering monumentale accentuano il respiro epico. È un manifesto di grande spettacolo, in cui il ritratto drammatico e la scena corale convivono in perfetto equilibrio.
Il grande spettacolo: Paramount e Hollywood
Accanto alla commedia, Colizzi fu l'illustratore scelto per le uscite italiane della Paramount e per il grande spettacolo hollywoodiano. La sua mano diede forma all'immagine italiana di classici americani come L'uomo che uccise Liberty Valance di John Ford e della corale Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo, oltre che di kolossal storici ed epici. In queste opere la vena ironica lascia spazio a una pittura più drammatica e monumentale, fatta di ritratti intensi e di scene spettacolari, un terreno su cui si misurarono in quegli anni anche specialisti del manifesto di genere come Enzo Nistri. Colizzi vi porta però sempre il suo rigore compositivo, capace di tenere insieme molti elementi senza confusione.
Becket e il suo re (Peter Glenville, 1964)
Il poster di Becket e il suo re, dramma storico con Richard Burton e Peter O'Toole, è costruito sul faccia a faccia tra i due protagonisti. In primo piano, affiancati, il volto intenso di Burton nei panni di Thomas Becket e quello di O'Toole nel ruolo del re Enrico II che porta in testa una corona d'oro con pietre azzurre. Attorno, alcune scene più piccole popolano la composizione: due giovani donne affacciate a una finestra, una colluttazione tra uomini e due cavalieri in costume lanciati al galoppo. Il titolo è in rosso su fondo chiaro. Colizzi organizza i molti elementi senza mai affollare l'immagine, tenendo il dramma psicologico dei due volti al centro e relegando l'azione ai margini, in un equilibrio da vera regia grafica.
L'avventura e il grande formato
Colizzi si misurò anche con l'avventura in costume e con i formati più impegnativi, compresi i grandi manifesti orizzontali pensati per lo schermo panoramico. In queste prove la sua pittura si fa calda e dinamica, capace di distribuire su un'ampia superficie molte figure e piani diversi senza perdere il filo del racconto, e di trasmettere in un solo sguardo il senso dell'esotismo e dell'epopea.
Marco Polo (Hugo Fregonese, 1962)
Il grande manifesto orizzontale di Marco Polo, film d'avventura in CinemaScope, distende su un ampio formato panoramico l'epopea del viaggiatore veneziano. Al centro, in piedi con la spada e il farsetto rosso, il giovane Marco Polo; alle sue spalle, a sinistra, le giunche cinesi e il grande volto di una donna orientale con il ventaglio, a destra una fortezza tra le mura e una carica di cavalieri lanciati nel deserto. La tavolozza è dominata dai gialli e dagli ocra, che danno all'insieme un calore sabbioso ed esotico. Il titolo, in grandi lettere blu, corre da un capo all'altro del foglio. È un esempio del Colizzi votato al grande spettacolo d'avventura, capace di riempire un formato insolito con dinamismo e senso della narrazione.
Un talento versatile
La versatilità è forse la qualità più sorprendente di Colizzi. Dall'avventura esotica al cinema d'autore, dalla commedia al dramma storico, la sua mano seppe adattarsi a registri lontanissimi, intrecciando talvolta molte figure in un'unica scena affollata, tanto nei grandi manifesti quanto nelle locandine di piccolo formato, e altrove isolando un solo volto in primo piano. È questa capacità di passare dall'affresco corale al ritratto essenziale, dalla satira al grande spettacolo, a fare di Marcello Colizzi uno dei protagonisti più completi, e ingiustamente poco ricordati, della stagione d'oro del manifesto cinematografico italiano.