Tra i protagonisti di questa serie, Arnaldo Aldo De Amicis appartiene alla generazione dei pionieri. Nato a Roma nel 1904, appartiene alla generazione di Anselmo Ballester, quella dei padri fondatori del manifesto cinematografico italiano, eppure la sua carriera attraversa quattro decenni e arriva fino al western all'italiana e al cinema d'autore di fine anni Sessanta. Pochi possono vantare un arco così lungo, e pochi possono rivendicare con altrettanta forza un posto tra i grandi pittori italiani della fantascienza cinematografica.
Una strada insolita verso il cinema
La sua vicenda comincia lontano dai pennelli. Diplomato in ragioneria, De Amicis entra come impiegato prima all'ATAG, l'azienda tranviaria romana, e poi all'ENIC, l'ente statale nato nel 1935 e attivo soprattutto nella distribuzione e nell'esercizio cinematografico. Un futuro cartellonista cresciuto, per ironia della sorte, dentro la macchina pubblica del cinema. Pittore autodidatta, a metà degli anni Trenta lascia il posto fisso per dedicarsi alla grafica e passa gli anni dal 1936 al 1940 a Parigi, dove illustra settimanali, esegue ritratti a olio per personalità dell'epoca e lavora perfino come ritrattista per la Croce Rossa americana. Lo scoppio della guerra brucia una collaborazione già avviata con una grande testata sportiva americana e l'invito a trasferirsi a New York. Il destino, e la storia, lo riportano a Roma.
Il Vittorioso e una tecnica tutta sua
Dal 1940 al 1958 De Amicis disegna per Il Vittorioso, il celebre settimanale illustrato per ragazzi, firmando sedici storie a fumetti accanto a colonne del disegno italiano come Franco Caprioli e i fratelli Cossio. Per quasi vent'anni le sue tavole entrano ogni settimana nelle case di una generazione di ragazzi italiani: un apprendistato di narrazione per immagini che si rivelerà prezioso davanti al formato gigante del manifesto. Ed è in questi anni che matura il tratto che lo rende riconoscibile a colpo d'occhio: ombreggiature a carboncino e matita grassa stese su carta goffrata, capaci di dare al disegno una grana puntinata, quasi litografica, che lui stesso considerava la propria invenzione. Quella grana è ancora oggi la sua firma segreta. Gli studiosi del fumetto la usano per attribuirgli le tavole, e chi osserva i suoi manifesti la ritrova ovunque, nei cieli notturni, negli incarnati, nelle ombre morbide dei volti.
Quarant'anni di manifesti
Parallelamente al lavoro editoriale, e per tutta la vita, De Amicis è cartellonista. Debutta negli anni della guerra, con manifesti come quello di Campo de' fiori (1943), e prosegue senza interruzioni fino agli anni Settanta, accanto a colleghi come Averardo Ciriello e Angelo Cesselon, in quella straordinaria comunità di artisti che Maurizio Baroni ha definito Pittori di Cinema. Il suo catalogo tocca ogni genere e ogni cinematografia: il cinema francese, i classici hollywoodiani, la commedia italiana, l'avventura in costume. Ma è su due territori opposti, la fantascienza e il cinema dei sentimenti, che il suo pennello dà il meglio.
Il pittore della fantascienza
Negli anni Cinquanta la fantascienza arriva in Italia come materia di serie B, e trova in De Amicis l'artista capace di trasformarla in pittura d'avventura. Sono gli anni in cui i dischi volanti riempiono le cronache e le sale di seconda visione, e per molti spettatori italiani il primo incontro con il genere avviene proprio davanti a questi fogli, che promettevano spesso più meraviglie di quante lo schermo ne mantenesse. Per i classici Universal firma poster oggi contesi dai collezionisti di mezzo mondo: Il mostro della Laguna Nera (1954), con la creatura squamata che emerge dalle acque, e Cittadino dello spazio (1955), dove l'astronave d'argento sfreccia tra esplosioni gialle sopra un paesaggio lunare. Completa il trittico il supereroe giapponese Spaceman de I satelliti contro la terra (1961), a braccia levate in un cielo viola attraversato dai missili. Tre immagini che da sole disegnano un immaginario, e che fanno di lui il cartellonista italiano che più di ogni altro ha dato forma ai sogni spaziali di quel decennio.
Il mostro della Laguna Nera (Jack Arnold, 1954)
Il manifesto de Il mostro della Laguna Nera (Jack Arnold, 1954). La creatura emerge dalle acque scure verso la preda: uno dei grandi classici del cinema di mostri Universal degli anni Cinquanta, nella versione italiana più celebre, dove la grana morbida del carboncino dà alle squame una consistenza quasi tattile.
Cittadino dello spazio (Joseph Newman, 1955)
Il poster di Cittadino dello spazio (Joseph Newman, 1955). L'astronave d'argento sfreccia tra le esplosioni sopra un pianeta devastato, mentre in basso due figure in tuta osservano il duello: la fantascienza Universal trasformata in grande pittura d'avventura.
I satelliti contro la terra (Teruo Ishii, 1958; uscita italiana 1961)
Il poster de I satelliti contro la terra arrivato in Italia nel 1961. Spaceman a braccia levate su un paesaggio lunare, in un cielo viola solcato dai missili: il supereroe giapponese secondo l'immaginazione di un pittore romano, in un foglio che condensa il candore avventuroso di tutta la serie.
Dalla commozione al cinema moderno
Ridurlo alla fantascienza sarebbe però ingiusto. Il foglio per Giochi proibiti (1952) di René Clément, il Leone d'oro sulla guerra vista con gli occhi di due bambini, mostra il suo registro più tenero: la piccola Brigitte Fossey in abito giallo che stringe la bambola e dà la mano al gendarme, mentre il ragazzino resta indietro con i fiori. È una delle immagini più commoventi di tutta la cartellonistica italiana degli anni Cinquanta. E a fine carriera De Amicis dimostra di saper parlare anche la lingua del cinema nuovo: il manifesto di Escalation (1968) di Roberto Faenza, con il doppio ritratto e il segno nervoso, quasi grafico, e la locandina del western Quintana (1969) confermano un artista capace di rinnovarsi fino all'ultimo. Non è un merito da poco: dei pittori partiti negli anni Quaranta, pochissimi erano ancora al lavoro quando il western all'italiana era ancora nel pieno della sua stagione.
Giochi proibiti (René Clément, 1952)
Il poster di Giochi proibiti (René Clément, 1952). Sul foglio il titolo appare nella grafia d'epoca, Giuochi proibiti: la bambina in abito giallo con la bambola stretta al petto dà la mano al gendarme, e il capolavoro di Clément trova la sua immagine definitiva.
Escalation (Roberto Faenza, 1968)
Il poster di Escalation (Roberto Faenza, 1968). Il volto riverso dietro la rete e la figura in tuta magenta a braccia aperte compongono uno dei suoi fogli più moderni, sulle musiche di Ennio Morricone.
Quintana (Vincenzo Musolino, 1969)
La locandina di Quintana (Vincenzo Musolino, 1969). Il pistolero in poncho rosso si volta accanto al manifesto da ricercato: il piccolo formato verticale italiano al servizio del western all'italiana, ultimo capitolo di una lunghissima carriera, con la taglia da mille pesos dipinta come un manifesto dentro il manifesto.
In quarant'anni di lavoro il metodo non cambiò mai: qualunque fossero i materiali e le informazioni disponibili, spesso limitati, ogni immagine restava una creazione autonoma del suo autore, filtrata dalla sensibilità di illustratore e ritrattista formata tra Roma e Parigi. Quando De Amicis si spegne, nella sua città, nell'aprile del 1978, se ne va uno dei veterani dei Maestri Pittori Cartellonisti Italiani, l'uomo che aveva dipinto tanto i mostri dello spazio quanto la mano di una bambina.
Le opere riprodotte in questa pagina provengono dalle stampe originali dell'epoca, recuperate, fotografate e restaurate digitalmente da Movie.it.