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Sandro Symeoni: dalle figure seducenti ai drammi sociali

Migliarino (Ferrara), 1928 – Roma, 2007

Giugno 30, 2026

Tra i pittori di cinema italiani, Sandro Symeoni è forse il più camaleontico: un artista capace di reinventarsi più volte nell'arco di mezzo secolo, attraversando generi, stili e stagioni del gusto senza mai perdere la propria inconfondibile energia. Autore di un numero impressionante di manifesti, locandine e fotobuste, si parla di circa tremila film in oltre cinquant'anni di carriera,  Symeoni ha contribuito più di chiunque altro a costruire l'immaginario visivo del cinema italiano e internazionale. Dalle seducenti icone femminili degli anni Cinquanta fino ai drammi sociali e ai grandi titoli d'autore, la sua firma, quella inconfondibile "y",  è una delle più presenti e amate della cartellonistica del Novecento.

Da Ferrara a Roma: il caricaturista che divenne pittore di cinema

Alessandro Simeoni, questo il vero nome, nasce a Migliarino, in provincia di Ferrara, nel 1928. Giovanissimo, comincia a collaborare come caricaturista per alcuni giornali locali, rivelando subito quel gusto per la sintesi e per l'arguzia visiva che resterà una costante della sua arte. Dopo aver frequentato l'Istituto d'Arte "Dosso Dossi" di Ferrara, collabora con il suo docente Laerte Milani alla realizzazione di cartoni animati pubblicitari per la ditta Pubblicine. Nel corso degli anni Cinquanta compie il grande passo e si trasferisce a Roma, dove intraprende la carriera di pittore di cinema per le maggiori case di produzione e distribuzione, italiane e americane: Paramount, Warner Bros., Columbia, Cineriz, Titanus.

C'è un dettaglio curioso e rivelatore nella sua biografia, che racconta bene il carattere internazionale di quegli anni d'oro. A metà del suo percorso, l'artista decise di firmarsi "Symeoni", sostituendo la prima "i" del cognome con una "y": un piccolo accorgimento per facilitarne la pronuncia ai clienti americani, con cui lavorava sempre più spesso. Da allora quella "y" diventò il suo marchio, tanto da identificarlo più del nome stesso; talvolta firmava ancora più sinteticamente "Sym". Come molti suoi colleghi, da Giorgio Olivetti a Carlantonio Longi, con cui spesso si trovò a "gareggiare" sullo stesso film proponendo soluzioni diverse, Symeoni apparteneva a quella comunità di artisti che presentavano le proprie opere sperando di vederle scelte e pagate, di norma poco, ma per il solo sfruttamento nelle sale cinematografiche, contenti di restare proprietari delle proprie creazioni.

L'avventura (Michelangelo Antonioni, 1960)

La locandina de L'avventura di Michelangelo Antonioni, il film che trionfò a Cannes e cambiò la grammatica del cinema moderno, mostra il Symeoni più raffinato e psicologico. Su un fondo grigio-verde rarefatto, il volto enigmatico di Monica Vitti domina la composizione con il suo sguardo assente e malinconico, mentre alle spalle si intravede la figura di Gabriele Ferzetti e, in lontananza, una donna di spalle in abito giallo. La pennellata è nervosa, moderna, quasi espressionista: Symeoni rinuncia a ogni effetto pubblicitario per restituire il senso di vuoto e di inquietudine che pervade il capolavoro di Antonioni. Vale la pena ricordare che dello stesso film circolò anche un manifesto di Carlantonio Longi, di taglio più tradizionale: due modi opposti di intendere il mestiere.

Maciste contro il vampiro (Giacomo Gentilomo, 1961)

Tutt'altro registro nel poster di Maciste contro il vampiro, gustoso esempio di quel cinema "peplum" che spopolava nei primi anni Sessanta. Qui Symeoni, che firma "Sym", si scatena in una composizione barocca e sgargiante, dominata dai toni accesi del rosa, del turchese e del viola. Al centro il corpo possente di Maciste (Gordon Scott) lotta a torso nudo, circondato dalle figure della bella Gianna Maria Canale e di un sinistro tiranno, mentre sullo sfondo si staglia l'ombra mostruosa del vampiro tra le stalattiti di una caverna. È il Symeoni più popolare e avventuroso, capace di tradurre in pura azione cromatica l'energia spettacolare del genere. Un poster che è un piccolo manifesto di efficacia commerciale.

Per un pugno di dollari (Sergio Leone, 1964)

Il manifesto di Per un pugno di dollari segna l'incontro di Symeoni con il mito nascente del western all'italiana. Su un fondo giallo squillante, percorso da larghe pennellate bianche che sembrano sollevare la polvere, l'artista costruisce una giostra di duelli: al centro la figura scattante di Clint Eastwood, non ancora avvolto nel poncho leggendario, ma già in posa felina, pistola in pugno e cartucciera in vista,  è circondata da una mischia di pistoleri che cadono, sparano e si avventano, fucile levato. Tutt'intorno è azione pura, risolta con la consueta sapienza cromatica e siglata dalla firma per esteso "Symeoni" nell'angolo in basso a destra. Curioso il nome del regista in calce: "Bob Robertson", lo pseudonimo anglicizzato con cui Sergio Leone, in omaggio al padre Vincenzo, regista del muto noto come Roberto Roberti, sperava di rendere più "americano" un western girato in Spagna da maestranze italiane. Un travestimento perfettamente in sintonia con quella "y" che lo stesso Symeoni si era cucito addosso per piacere agli stranieri: due piccole strategie di mimetismo per lo stesso, irripetibile pezzo di storia del cinema.

Cime tempestose (Robert Fuest, 1970)

Nel poster di Cime tempestose, trasposizione del romanzo di Emily Brontë con un giovane Timothy Dalton nei panni di Heathcliff, Symeoni dà prova della sua maturità pittorica. L'abbraccio appassionato tra i due protagonisti, Cathy e Heathcliff, è immerso in un paesaggio di brughiera spazzato dal vento, reso con pennellate larghe e materiche e un cielo drammatico di blu, ocra e viola. La figura della donna, dai lunghissimi capelli neri e dall'ampia gonna scura, si fonde con la terra e il vento in un vortice romantico. È un'immagine che traduce in pittura tutto il pathos della storia, dimostrando come Symeoni sapesse passare con disinvoltura dal kitsch del peplum al lirismo del grande dramma romantico.

Malizia (Salvatore Samperi, 1973)

Il poster di Malizia di Salvatore Samperi, uno dei più clamorosi successi della commedia erotica all'italiana, è un piccolo capolavoro di sintesi e di malizia, appunto. Symeoni risolve tutto con una tavolozza ridottissima di bruni, neri e bianchi, sporcata da un solo accento di rosso. Al centro, la figura di Laura Antonelli nei panni della governante Angela, ritratta con la calza che scende mentre un adolescente la spia dalla soglia. La tecnica è quella di un disegno rapido, quasi un bozzetto a pennellate sciolte, che punta tutto sulla tensione psicologica e sull'allusione più che sull'esibizione. È la prova della raffinatezza di un artista che sapeva suggerire l'erotismo con un solo, sapiente colpo di pennello.

Lo stile di Symeoni: la metamorfosi continua

Ciò che rende Symeoni un caso unico tra i pittori di cinema è la sua incessante evoluzione stilistica. Nel primo periodo, fino agli anni Sessanta, predilige figure scolpite, volumetriche, spesso a figura intera e sensuali icone femminili rese con ironia e carica seduttiva: è il Symeoni festoso e narrativo dei manifesti de La dolce vita, vicino per spirito alla pittura dei "marguttiani" di quegli anni. Poi, progressivamente, il suo linguaggio si fa più moderno e drammatico, fatto di spatolate nervose, colori freddi e contrastanti, sintesi sempre più audaci, come nelle celebri tavole per I racconti di Canterbury e per l'iconico Profondo rosso di Dario Argento, risolto con pochi tratti essenziali.

Con l'avvento dei temi politici e sociali nel cinema, infine, Symeoni cambia ancora pelle: linee scure, contorni marcati, una forza grafica quasi da litografia popolare. In questo filone si colloca il suo lavoro più celebre per il cinema d'autore, Accattone di Pier Paolo Pasolini: per quel film il poeta-regista si era avvalso dei bozzetti di artisti come Corrado Cagli, Carlo Levi, Mino Maccari e Anna Salvatore, ma la scelta finale cadde proprio su Symeoni, che ritrasse il protagonista Franco Citti immerso in un livido cromatismo verde oliva. Fu il "pittore ufficiale" di uno dei film più rivoluzionari del nostro cinema.

L'eredità di Symeoni

Sandro Symeoni si spense a Roma nel 2007, dopo una carriera lunghissima che lo aveva visto dipingere ininterrottamente dagli anni Cinquanta fino agli anni Novanta. Insignito del titolo di "Ambasciatore di Ferrara nel Mondo", è stato celebrato dalla sua città con due grandi mostre retrospettive, che ne hanno finalmente riconosciuto la statura di artista a tutto tondo. Accanto alla cartellonistica, Symeoni lasciò centinaia di copertine di dischi e un instancabile lavoro di ricerca grafica e pittorica.

La sua eredità è quella di un artista che ha saputo essere insieme popolare e raffinato, commerciale e sperimentale, capace di reinventarsi a ogni stagione senza mai tradire la propria energia. In un'epoca in cui il manifesto dipinto stava per essere soppiantato dalla fotografia, Symeoni difese fino all'ultimo la dignità di un'arte che univa eros, ironia ed espressionismo sociale. Oggi, riscoperto da collezionisti e studiosi accanto agli altri grandi pittori di cinema, resta uno dei nomi più versatili e sorprendenti di quella irripetibile stagione in cui i muri delle città italiane erano gallerie d'arte a cielo aperto.

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Ultimo aggiornamento: Giugno 30, 2026

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