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Rinaldo e Giuliano Gèleng: tra grafica, surrealismo e poesia visiva

Rinaldo: Roma, 1920 – Roma, 2003 / Giuliano: Roma, 1949 – Roma, 2020

Giugno 22, 2026

Ci sono storie che da sole valgono un film, e quella dei Gèleng è una di queste. Comincia davanti alla vetrina di una rosticceria romana, alla fine degli anni Trenta, dove due ragazzi squattrinati guardano con desiderio un vassoio di supplì che non possono permettersi. Uno è un giovane disegnatore di nome Rinaldo Gèleng. L'altro è un ragazzo riminese arrivato a Roma per tentare la fortuna, e si chiama Federico Fellini. Da quell'incontro affamato nascerà una delle amicizie più lunghe e feconde della storia del cinema italiano, destinata a durare fino alla morte del regista nel 1993 e a coinvolgere un'intera famiglia di artisti: la "Bottega dei Geleng", come la chiamava affettuosamente lo stesso Fellini. Questa è anche la storia di due grandi cartellonisti, padre e figlio, e dei loro manifesti rimasti nella memoria di intere generazioni.

Rinaldo Gèleng: dall'orfanotrofio alla bottega di Fellini

La vita di Rinaldo Gèleng comincia in salita. Nato a Roma nel 1920 e rimasto presto orfano di entrambi i genitori, viene accolto nell'Istituto di San Michele, dove apprende vari mestieri e soprattutto i primi rudimenti del disegno e della pittura. Discende, per una di quelle coincidenze che la storia ama, dal pittore tedesco Otto Gèleng, l'artista che nell'Ottocento "inventò" Taormina come meta turistica con le sue celebri vedute dell'Etna. Dopo l'apprendistato all'Istituto, Rinaldo frequenta il Liceo artistico di via Ripetta e nel 1939 comincia a collaborare con il "Marc'Aurelio", la leggendaria rivista satirica che fu fucina di tanti talenti, dove conosce appunto Fellini.

In quegli anni Rinaldo si fa notare nella Roma del varietà realizzando caricature e ritratti delle vedettes dell'epoca: Rascel, Macario, Wanda Osiris, Nino Taranto. Sono gli anni della gavetta, in cui firma anche i primi manifesti cinematografici. Tra il 1950 e il 1959 vive a Parigi, dove diventa direttore artistico della casa editrice Opera Mundi e fonda una scuola di illustratori. Sono anni fondamentali: a contatto con l'eredità di Van Gogh, Rembrandt, degli impressionisti e di maestri come Soutine e Modigliani, Rinaldo affina quella pennellata corposa e quella vena di ritrattista che diventeranno la sua firma. Tornato in Italia, collabora con Mondadori per copertine e illustrazioni e firma celebri campagne pubblicitarie come quella della Birra Wührer del 1960. Ma è dagli anni Sessanta, e in particolare da Roma del 1972, che Rinaldo diventa il pittore di fiducia di Fellini, realizzando i poster di cinque suoi film e soprattutto le pitture di scena. Era, come ricordava la famiglia, uno dei più grandi ritrattisti del suo tempo: nel suo studio sulla salita di via di Capo le Case ritrasse, oltre a Fellini e Giulietta Masina, Alberto Sordi, Sophia Loren, Giovanni Paolo II e Gianni Agnelli.

Scarface - Lo sfregiato (Howard Hawks, 1932)

Tra le immagini più audaci della prima fase di Rinaldo, il manifesto di Scarface mostra il volto dello sfregiato dipinto in un verde innaturale e malato, che richiama la malavita e la morte, mentre emerge dal fondo nero con uno sguardo torvo e la cicatrice rossa ben visibile sulla guancia. Il titolo in rosso sangue completa un'immagine di grande forza espressiva, che anticipa di decenni certe soluzioni cromatiche. Già nei suoi lavori giovanili Rinaldo non temeva di osare con il colore.

Il vampiro dell'isola (Mark Robson, 1948)

Nel manifesto di Il vampiro dell'isola con Boris Karloff, Rinaldo gioca tutto sulla suggestione. Su uno sfondo acquerellato di cipressi e cielo livido, la grande figura scura e alata del vampiro incombe come un'ombra minacciosa sul volto pallido e terrorizzato di una giovane donna. La tavolozza fredda di blu e grigi, interrotta dal rosso cupo del cielo, crea un'atmosfera gotica e perturbante. È una sensibilità per il fantastico che ritroveremo, declinata in chiave onirica, nelle collaborazioni felliniane.

Il grande campione (Mark Robson, 1949)

Il poster di Il grande campione, con Kirk Douglas pugile a torso nudo e i guantoni, mostra il Rinaldo degli esordi, ancora legato al grande realismo drammatico della scuola romana. Una donna in abito rosso gli si stringe accanto, mentre a sinistra il volto gigantesco e tormentato del campione si fonde con lo sfondo rosso sangue e, più in basso, una scena di combattimento sul ring introduce l'azione. Un'immagine potente e muscolare, costruita con pennellate dense e una tavolozza calda.

Il grande Gatsby (Elliott Nugent, 1949)

Esempio raffinato della capacità di Rinaldo di costruire immagini corali, il poster de Il grande Gatsby con Alan Ladd dispone il volto del protagonista al centro, reso con pennellata corposa e luminosa, mentre tutto intorno le figure femminili del film, ciascuna col proprio colore dominante, si dispongono come frammenti di un mondo dorato e decadente. Sullo sfondo, l'automobile e la figura misteriosa introducono la tensione drammatica. Un manifesto che restituisce perfettamente l'atmosfera di lusso e malinconia del romanzo.

I clowns (Federico Fellini, 1970)

Una delle prove più poetiche di Rinaldo: su un fondo a campiture geometriche di verde, blu e rosso che richiamano il circo, il volto di un clown bianco emerge dipinto con pennellate rapide e dolenti, il cappello a cono, l'espressione struggente di chi ha fatto ridere una vita intera nascondendo la propria tristezza. Non un clown ridanciano, ma una maschera umanissima e commovente, perfettamente in sintonia con la dichiarazione d'amore al circo che è il film.

Giuliano Gèleng: l'eredità che diventa surrealismo

Giuliano Gèleng nasce a Roma nel 1949, figlio di Rinaldo e fratello di Massimo Antonello, scenografo e costumista. Cresce letteralmente dentro l'arte, nello studio del padre e nell'orbita di Fellini, che frequenta fin da bambino e che chiamava affettuosamente "zio Federico". Si forma all'Accademia di Belle Arti di Roma e si avvicina alla pubblicità cinematografica, ma il suo destino è segnato: come il padre, diventerà uno dei pittori di fiducia del grande regista, lavorando per i suoi film da Roma fino a La voce della luna, sia per i manifesti sia per le pitture di scena.

Il linguaggio di Giuliano porta l'eredità paterna verso una dimensione ancora più surreale e metafisica. A contatto quasi quotidiano con Fellini, che i collaboratori chiamavano "il Faro", Giuliano assorbe quella capacità di evasione dalla realtà che alimenterà tutta la sua arte, portandolo a opere dal carattere onirico e fantastico. Quando padre e figlio lavoravano insieme, o quando Giuliano firmava da solo, usavano talvolta la sigla "Studio 2G", a indicare quella "piccola équipe Geleng" che era insieme una bottega rinascimentale e un affare di famiglia.

Roma (Federico Fellini, 1972)

Firmato Studio 2G, una delle immagini più potenti uscite dalla bottega. Su un fondo arancione acceso, il volto di una donna dallo sguardo intenso e dal trucco teatrale, con lacrime arancioni che le rigano le guance, emerge da una capigliatura nera resa a pennellate larghe e gestuali. La figura, avvolta in un abito scuro, ha qualcosa di arcaico e materno, quasi una personificazione della città eterna nei suoi contrasti di sacro e profano. Il lettering arancione del titolo completa una composizione di grande sintesi grafica.

Non si sevizia un paperino (Lucio Fulci, 1972)

Sempre Studio 2G, una prova di grande modernità grafica: il volto urlante di una donna, reso in un drammatico bianco e nero ad alto contrasto quasi fotografico, domina la parte destra della composizione con la bocca spalancata in un grido di terrore. Sulla sinistra, alcune fotografie di scena introducono la violenza del thriller. Il contrasto tra il trattamento grafico estremo del volto e le immagini fotografiche crea un effetto fortissimo, perfettamente calibrato su uno dei gialli più inquietanti del cinema italiano degli anni Settanta.

Amarcord (Federico Fellini, 1973)

La locandina di Amarcord è il capolavoro assoluto di Giuliano e una delle immagini più celebri di tutto il cinema italiano. Per realizzarla, Giuliano ricevette dallo "zio Federico" una lettera con indicazioni precisissime su come dovesse essere. Il risultato si discosta completamente dai canoni tradizionali: tutti i protagonisti sono disposti nella parte bassa, come in un proscenio surreale, e si rivolgono direttamente allo spettatore, ciascuno con la propria caratterizzazione quasi caricaturale. Sopra di loro, la spiaggia, il transatlantico illuminato, il grand hotel: gli elementi simbolici del film fluttuano in uno spazio astratto e senza tempo. Un'immagine corale, poetica e malinconica, che condensa l'intero universo memoriale del film in una sola composizione indimenticabile.

L'eredità dei Gèleng

Rinaldo Gèleng si spense a Roma nel 2003, dieci anni dopo il suo amico Federico. Il figlio Giuliano gli sopravvisse fino al 2020, continuando a custodire quella poetica visionaria appresa nello studio del padre e nella frequentazione del grande regista. Insieme, padre e figlio rappresentano un capitolo unico nella storia della cartellonistica cinematografica italiana: non semplici esecutori di manifesti, ma veri e propri co-autori dell'immaginario felliniano, capaci di tradurre in immagine la stessa poesia surreale e malinconica che animava i film del Maestro. La loro storia, cominciata davanti a un vassoio di supplì, dimostra come a volte le grandi avventure artistiche nascano dalle circostanze più umili, e come un'amicizia possa trasformarsi in una delle collaborazioni più feconde mai viste tra il cinema e la pittura.

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Ultimo aggiornamento: Giugno 22, 2026

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