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Lo sguardo dei Pittori

Paolo Villaggio, il talento di essere fuori posto

Di redazione Movie.it

Novembre 2, 2026

Paolo Villaggio nasce a Genova il 30 dicembre 1932 e muore a Roma il 3 luglio 2017. Attore, scrittore e sceneggiatore, è una delle figure più popolari della comicità italiana. Dopo alcuni anni da impiegato nella sua città, si fa conoscere in televisione nel 1968 con Quelli della domenica, dove dà vita a personaggi come il professor Kranz e il timido Giandomenico Fracchia. La sua creazione più celebre è il ragionier Ugo Fantozzi, impiegato vessato da capi e sventure: prima monologhi e racconti, poi nel 1971 un libro da oltre un milione di copie, infine una serie di dieci film. L’aggettivo «fantozziano» è entrato nell’italiano di tutti i giorni. Più tardi arriva il cinema d’autore: recita per Federico Fellini in La voce della luna (1990), che gli vale il David di Donatello, poi per Ermanno Olmi e Mario Monicelli. Nel 1992 riceve a Venezia il Leone d’oro alla carriera.

Di solito un manifesto promette che il protagonista saprà cavarsela. Con Paolo Villaggio accade il contrario: basta dargli un cappello da cowboy, un costume da supereroe o un diploma, e l’immagine sembra già prepararsi al disastro. Non occorre che qualcosa gli cada addosso. È sufficiente guardarlo per sospettare che sia capitato nel posto sbagliato e che, per educazione, non oserà protestare.

Villaggio, naturalmente, non era Fantozzi. Aveva inventato il ragioniere, non ne condivideva necessariamente la rassegnazione, e sapeva benissimo come tenere una platea in pugno. Ma quella creatura nata anche dall’esperienza degli uffici dell’Italsider finì per prestargli un modo di stare al mondo riconoscibile a prima vista: il corpo sulla difensiva, l’autorità sempre altrove, il sospetto che ogni occasione nasconda una nuova umiliazione. Nel 1975 Fantozzi arrivò al cinema; la maschera, però, era già nell’aria.

Sette manifesti, fra il 1969 e il 1992, consentono di seguirne le trasformazioni. Non tutti sono dipinti, e non tutti pubblicizzano film di Fantozzi. Proprio qui sta il divertimento: osservare come gli artisti della pubblicità cinematografica riescano a ritrovare il ragioniere anche sotto abiti che non gli appartengono e, qualche volta, a lasciar intravedere un Villaggio diverso.

Un eroe? Si vedrà

I quattro del Pater Noster (1969). Manifesto di Piovano, Studio Paradiso

Si può cominciare dal West. Nel manifesto di I quattro del Pater Noster (1969), Piovano, dello Studio Paradiso, riunisce quattro pistoleri più o meno credibili sotto lo sguardo imperturbabile di una donna. Le armi abbondano, la sicurezza molto meno, e lo slogan conferma il sospetto: «Arrivavano sempre all’alba, morti di sonno e in ritardo». Villaggio, sul lato destro del gruppo, brandisce la pistola ma guarda altrove, come se fosse più interessato a sapere chi abbia dato l’ordine di sparare. Il manifesto promette fuorilegge; lui ha già l’aria di chi, al primo colpo, chiederà un modulo per denunciare l’incidente.

È un’immagine precedente al debutto cinematografico di Fantozzi, e non serve farne una profezia. Basta notare quanto presto Villaggio risultasse convincente nel ruolo di un uomo al quale il costume dell’eroe veste sempre male. Gli altri possono anche essere banditi; lui sembra un impiegato trasferito d’urgenza alla frontiera.

Sogni mostruosamente proibiti (1982). Manifesto di Renato Casaro

Renato Casaro porta questa intuizione alle estreme conseguenze in Sogni mostruosamente proibiti (1982). Villaggio ha una tuta da supereroe, mantello e braccia spalancate. Il problema è il senso di marcia: precipita a testa in giù, con tanta foga da sfondare la fascia nera che sostiene il titolo. Casaro gli ha concesso il costume del trionfo, dimenticando il superpotere indispensabile: volare.

L’effetto è irresistibile perché il disegno non si limita a mostrare una caduta: organizza un’impresa grandiosa che termina prima ancora di cominciare. Se per altri eroi il cielo è una conquista, per Villaggio è una scorciatoia per il pavimento. E la cosa più fantozziana è che il suo schianto sembra già previsto dal regolamento.

Il dovere, anche quando non è richiesto

Pappa e ciccia (1983). Manifesto di Enzo Sciotti

Con Pappa e ciccia (1983), Enzo Sciotti sposta la questione dal cielo alla villeggiatura e trova una crudeltà più sottile. Al centro c’è una ragazza il cui vestito di lana si disfa; ai lati, Villaggio e Lino Banfi reggono i gomitoli da cui dipende lo spettacolo. È un’immagine costruita secondo le regole della commedia sexy, ma Villaggio introduce un elemento che quelle regole non prevedono: il dovere. Regge il filo con l’apprensione di chi teme di dover rispondere del vestito rovinato.

Qui Sciotti sembra cogliere una qualità del personaggio più profonda della goffaggine: l’incapacità di godersi persino ciò che dovrebbe costituire una trasgressione. Dove la pubblicità promette un’avventura, Villaggio trova una mansione. Non è il seduttore della scena: è quello a cui, alla fine, toccherà riavvolgere tutto.

Scuola di ladri - Parte seconda (1987). Manifesto di Renato Casaro

Neppure un titolo di studio cambia la situazione. Nel manifesto di Scuola di ladri - Parte seconda (1987), Casaro consegna a Villaggio e Massimo Boldi tocco accademico e diplomi, mentre sul petto di Villaggio campeggia un enorme numero 2, dichiarazione involontariamente esatta della sua posizione nel mondo. C’è persino una “Robber’s University”: la delinquenza, anziché liberarlo dalla disciplina, gli offre un altro istituto, un altro esame, presumibilmente un altro superiore.

L'intuizione più interessante di Casaro è il contrasto fra le insegne del successo e le facce dei diplomati. I personaggi sono ufficialmente promossi, ma non hanno acquistato un grammo di autorevolezza. Villaggio sembra sul punto di chiedere dove si timbra il cartellino prima della rapina. In fondo, anche il crimine organizzato è un’organizzazione.

Il paradiso degli altri

Rimini Rimini (1987). Manifesto di Renato Casaro

In Rimini Rimini (1987) Casaro mette in scena un’altra gerarchia, quella del desiderio. Un enorme corpo femminile visto da dietro domina la composizione; in alto, fra pieghe e aperture di un ombrellone blu, si accalca il gruppo dei protagonisti. Villaggio, con un cappello chiaro e la bocca aperta, è uno dei tanti spettatori richiamati dallo stesso spettacolo. Non possiede il centro dell’immagine. Lo contempla.

È un dettaglio che racconta la commedia balneare degli anni Ottanta meglio di molte spiegazioni: la vacanza viene venduta come un catalogo di promesse, mentre Villaggio resta il consumatore perplesso di un piacere organizzato da altri. Non è il conquistatore dell’estate; è quello che sembra essersi presentato con il biglietto sbagliato.

E il manifesto nasconde persino una piccola gag involontaria. Nella fascia superiore si distingue, in trasparenza, la traccia di una precedente scritta con il nome di Paolo Villaggio. Non sappiamo quale passaggio di lavorazione l’abbia lasciata lì, e non sarebbe corretto attribuirla a Casaro. Ma l’effetto è singolare: proprio il nome dell’attore sembra aver ricevuto l’ordine di traslocare. Nel mondo di Fantozzi, anche la tipografia rischia una retrocessione.

Fantozzi va in pensione (1988). Impaginazione di Pierpaolo Scalera

Poi arriva Fantozzi va in pensione (1988), e cambia il linguaggio del manifesto. Nella composizione firmata da Pierpaolo Scalera, al posto del ritratto dipinto compare una fotografia fissata alla pagina con i triangolini di un album di famiglia. Fantozzi è colto a mezz’aria, in piena corsa scomposta, con una busta della spesa in mano. La pensione, evidentemente, non gli ha insegnato a stare fermo.

L’idea è quasi malinconica: non occorre più deformare Villaggio con il pennello. Ormai è sufficiente fotografarlo. Il ragioniere è entrato nella memoria domestica degli italiani come un parente che riconosciamo tutti e che nessuno vorrebbe vedere arrivare in quello stato. Ha lasciato la Megaditta, ma non le sue leggi. La cartella è diventata una busta della spesa; la corsa continua.

La sorpresa di un posto giusto

Io speriamo che me la cavo (1992). Locandina di Maxy

L’ultima immagine, Io speriamo che me la cavo (1992), sembra fare un piccolo miracolo. Maxy costruisce la locandina sul fondo di un quaderno a quadretti e dispone una classe di bambini accanto al maestro Marco Tullio Sperelli, interpretato da Villaggio nel film di Lina Wertmüller. I piccoli occupano buona parte della scena; Villaggio sta di lato, con un neonato in braccio e una pentola nell’altra mano. È ancora impacciato, certo. Ma per una volta la sua goffaggine non è la battuta: lascia spazio alla tenerezza.

Sarebbe esagerato chiamarla una redenzione, e la locandina non pretende tanto. Mostra però una possibilità che gli altri avevano quasi sempre negato: Villaggio può essere comico senza essere umiliato, maldestro senza essere ridicolo a ogni costo. Maxy non gli regala superpoteri, lauree o conquiste balneari. Gli affida dei bambini, e gli lascia la dignità di occuparsene.

Visti insieme, questi sette manifesti raccontano qualcosa che supera i singoli film. Pittori e grafici hanno riconosciuto in Villaggio un talento rarissimo: rendere visibile, con una smorfia o una postura, la sensazione di non essere mai dove si dovrebbe. Cowboy, supereroe, ladro diplomato, villeggiante o pensionato, il suo corpo sembra sempre in ritardo su ciò che l’immagine gli chiede di essere.

Poi, sul foglio a quadretti di Maxy, qualcosa cambia senza far rumore. L’uomo fuori posto non diventa all’improvviso un vincitore. Per una volta, è esattamente dove c’è bisogno di lui.


Le opere riprodotte in questa pagina provengono dalle stampe originali dell’epoca, recuperate, fotografate e restaurate digitalmente da Movie.it.

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Ultimo aggiornamento: Novembre 3, 2026

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