Silvano Campeggi, in arte Nano (Firenze, 1923-2018), ha dipinto i manifesti italiani di oltre tremila film, da Via col vento a Ben-Hur, e per decenni è stato il pittore a cui la Metro-Goldwyn-Mayer si rivolgeva per i suoi film in Italia. Paolo Zelati e Maurizio Baroni registrarono questa intervista nel suo studio fiorentino in un venerdì di maggio del 2016, quando Nano aveva già passato i novant'anni. Il presente dei suoi racconti è quello di allora: le serate fiorentine con la moglie Elena, gli incontri con i colleghi, i progetti ancora in corso. Anche i ricordi sono i suoi, con le libertà che la memoria si concede a sessant'anni di distanza: li riportiamo come lui li raccontava, perché il modo in cui li raccontava vale quanto i fatti.
Era un bellissimo venerdì di maggio, quando io e Maurizio Baroni, dotati di videocamera e tanto entusiasmo, arrivammo nella bella casa fiorentina di Silvano Campeggi, in arte Nano, uno dei numi tutelari della storia della cartellonistica italiana. Nano e la moglie Elena ci hanno accolti in giardino e poi, Silvano ci ha portato nel luogo in cui “accade la magia”, il suo studio. Io e Maurizio cominciammo subito a subissarlo di domande e Nano, contento di condividere le sue storie, ci illustrava allegramente i dipinti appesi alle pareti. Avevamo già acceso videocamera e registratore quando Nano, per corroborare un racconto con un esempio concreto, ha aperto un cassetto di un grande raccoglitore in ferro. Dentro, decine di bozzetti originali, disegni e schizzi di tutte le dimensioni! Io e Maurizio, con gli occhi che strabuzzavano (beh, effettivamente più io che lui) ci siamo fiondati verso il raccoglitore e abbiamo ispezionato innumerevoli tesori di carta.
Oggi, per la prima volta dopo la morte di Nano e di Maurizio, ho deciso di riprendere in mano quell'intervista...spero vi piaccia.
Una cosa che tu hai sempre raccontato, a proposito della tua vasta produzione di manifesti, è che “le cose più belle sono finite nel cestino”, nel senso che sono state censurate o scartate...cosa per esempio?
...beh, sono passati tanti anni, per cui francamente non mi ricordo nel dettaglio....però ho ancora tutti gli schizzi ed i bozzetti anche dei manifesti che non hanno mai preso vita...e molti erano ottimi da ciò che riesco a ricordare...(ride)
Perfino il manifesto con i cavalli di Ben-Hur, uno dei tuoi lavori più famosi, rischiò di essere scartato...
Certo...perché rimasero confusi dalla soluzione che avevo scelto...si chiesero: “ma con tutti i soldi che abbiamo speso e i grandi attori che abbiamo...questo ci disegna dei cavalli?!” (ride)...poi però si convinsero ed il manifesto venne elogiato in tutto il mondo. Un altro bozzetto difficile da realizzare fu quello per Vincitori e vinti, film in cui c'erano diversi attori importanti ed ognuno meritava la stessa rilevanza...così trovai la soluzione dello sfondo rosso e dei volti, tutti e della stessa dimensione. Ricevetti molti complimenti per quel manifesto...
A proposito di questa fase creativa, raccontami come avveniva il processo che, dal film, ti portava poi a realizzare il disegno per i manifesti.
Come prima cosa, quando arrivava il film dall'America, la casa di produzione organizzava una proiezione in super anteprima nella propria saletta privata... e mi ricordo che c'era sempre presente un doganiere che doveva controllare che il film non venisse duplicato, rubato o danneggiato.
Poi, insieme al film, arrivava anche il materiale pubblicitario: foto, stills, immagini, disegni ecc. Io le guardavo e sceglievo quel materiale che, secondo me, era adatto a creare fotomontaggi e alla costruzione del progetto per il manifesto; spesso, per esempio, qualche bella foto di “movimento” non era adatta perché il volto degli attori non risaltava a dovere...e così ne cercavo un'altra che la potesse completare. Il tutto, però, doveva avvenire molto velocemente in quanto nel giro di venti o trenta giorni il manifesto avrebbe dovuto essere stampato.
Quindi avevi veramente poco tempo per farti venire l'idea giusta...
Eh sì, però con l'abitudine, certi meccanismi vengono facilmente. Quando lavoravo alla Metro, che sentivo quasi come casa mia, avevo addirittura un tavolino sempre pronto e molte volte il primo schizzo lo preparavo lì, sul momento, oppure subito il giorno dopo. Invece, quando lavoravo con altri studi come la Rank, la Fox, la Universal ecc., il rapporto era un po' più distaccato, ma sempre con grande rispetto e professionalità. Inoltre, io dovevo seguire anche la stampa del manifesto, garantire sulla qualità e quindi ero solito rivolgermi alla Zincografica fiorentina, che era una delle migliori in Italia.
E cosa ti ricordi del tuo rapporto privilegiato con la Metro?
Sicuramente si tratta di ottimi ricordi, mi sono sempre trovato molto bene e godevo di grande fiducia e rispetto nonostante fossi molto giovane...pensa, infatti, che quando ho disegnato il mio primo manifesto per il film Aquila nera avevo 23 anni. Insieme a me c'era anche un professore di disegno, più anziano di me e molto bravo, si chiamava Ercole Brini. Se la normale procedura delle case di distribuzione era quella di affidare bozzetti a vari pittori, la Metro invece tendeva ad assegnare tutta la pubblicità ad un singolo pittore. Forse solo con Via col vento si affidarono a più firme....
Sei entrato alla Metro giovanissimo... e prima?
Prima ho fatto la guerra, sono andato volontario nella Decima MAS, anche perché essendo stato nuotatore agonista, ero perfetto per la Decima...un posto in cui non bastava solo morire...ma bisognava morire con onore! (ride)...e quindi, dopo essermi recato a Firenze per un esame, mi diedi disertore. È stata dura...passavo il mio tempo girando per nascondigli e l'ultimo mese lo passai in una soffitta di una chiesa. La vita è proprio strana...quando mi sono arruolato, ero entusiasta e pronto a morire, poi però, più il tempo passava, più realizzavo che mi seccava proprio morire da bischero in quel modo!
Hai sempre avuto la passione per il disegno?
Sì, fin da piccolo, e anche per la stampa in quanto mio padre era un tipografo e per un certo periodo io lavoravo in bottega con lui. Mio padre non mi mandò a studiare, però era uno che aveva un sacco di contatti nel mondo dell'arte e conosceva tantissimi pittori, tipo Rosai...
Che se non sbaglio fu uno dei tuoi maestri...
Sì, fu di grande influenza nella mia formazione. Ottone Rosai aveva lo studio in Via San Leonardo, strada che facevamo da ragazzi per andare ai giardini e quindi avevamo preso l'abitudine di salutarlo e di guardare i suoi quadri. Poi, una volta iniziato a disegnare, mia mamma mi disse di portare i miei disegni a Rosai per sapere cosa ne pensava. Lui mi disse che ero bravissimo ma che, dato che io usavo solo colori vivaci, “avrei dovuto mischiare un po' di merda fra i colori”.
Tornando ai manifesti: c'è stato un film che ti ha fatto particolarmente tribolare per concepire il manifesto?
Guarda, direi di no. Io sono fortunato perché possiedo una grande creatività e quindi, bene o male, mi salvo sempre (ride)...pensa che disegno anche i biglietti d'auguri personalizzati per tutti i nostri amici e parenti che compiono gli anni: e riesco sempre ad inventarmi qualcosa di originale. E devo dire che mi sento apprezzato. Per esempio, qui a Firenze, io e mia moglie Elena usciamo tutte le sere e abbiamo molti amici...senza contare che tutti i più importanti premi fiorentini io li ho vinti. Quando ho compiuto 90 anni, mi hanno organizzato una grande festa e il Direttore degli Uffizi è venuto a presentarmi.
Ti ricordi del momento in cui la cartellonistica ha cominciato a decadere per poi scomparire quasi definitivamente?
Sì, mi ricordo, ma quello è un passaggio che io ho sentito meno di altri, un po' perché all'epoca io avevo praticamente già smesso, un po' perché coincise con la chiamata da parte dell'Arma dei Carabinieri, per i quali realizzai cinque quadri di battaglie di grandi dimensioni: un lavoro che mi tenne impegnato per molto tempo. Poi devo dire che la cartellonistica non mi dava più grandi soddisfazioni: la Metro praticamente non produceva più nulla, poi dovevo spostarmi a Roma per poter lavorare ecc., quindi ad un certo punto mi sono stancato e ho detto basta.
Se pensiamo ai tuoi colleghi celebri della cartellonistica italiana, con chi tu eri in buoni rapporti?
Guarda, devo dire con tutti. Un paio di anni fa, in occasione dell'apertura del museo dei bozzetti di Marinozzi, ci siamo incontrati tutti (tranne quelli che non ci sono più) ed è stato un bellissimo momento. Non c'è mai stata, fra di noi, invidia o cattiveria, ma c'è sempre stato un rapporto basato sull'affetto ed il rispetto. Addirittura io ho vinto per tre volte il premio nella cui giuria c'era proprio il gruppo dei pittori.
E del tuo mentore Martinati cosa ti ricordi?
Martinati era di mamma fiorentina, un omone molto simpatico ed estroverso e mi aiutò moltissimo quando ero giovane. Mi ricordo che alla fine della Guerra, dopo la liberazione di Firenze, io mi sono messo a lavorare con la Croce Rossa americana seguendoli un po' dappertutto, perfino in Austria. Poi però sentivo l'esigenza di lavorare e quindi andai a Roma a cercare Martinati perché mi desse una mano..
E arrivasti alla Metro?
Furono loro a cercarmi dopo aver visto il primo mio manifesto di Aquila nera che avevo realizzato grazie a Martinati. Con loro si lavorava senza contratto, manifesto dopo manifesto, e sia che si trattasse di Via col vento o di Tom & Jerry, il prezzo era lo stesso. E mi ricordo che la fattura me la faceva direttamente la Zincografica fiorentina dopo aver stampato il manifesto.
Mi racconti di come lavoravi alla Metro per creare le famose locandine fotografiche?
Era molto semplice: io visionavo il materiale disponibile, sceglievo le foto più significative e poi preparavo uno schizzo che indicava il modo in cui dovevano essere composte.
Ti ricordi di qualche particolare consiglio che ti ha dato Martinati?
Con lui ho lavorato su molti film della Warner tipo Casablanca. Per quanto riguarda i consigli, in realtà nulla perché tra pittori i consigli non si danno...ognuno ha il suo stile. Martinati mi ha molto aiutato dal punto di vista professionale, tenendomi sotto la sua ala e spiegandomi i procedimenti di volta in volta.
Oltre ai cavalli, direi che l'altra tua icona/ossessione è sempre stata Marilyn Monroe, che tu hai disegnato innumerevoli volte in tutti i contesti: raccontami di quando la incontrasti...
….è passato così tanto tempo (ride)...Marilyn era molto simpatica, esuberante e spiritosa e sapeva vendere benissimo la sua immagine, soprattutto se pensiamo che fino a quel momento le dive, ad Hollywood, erano state donne tipo Greta Garbo, quindi figure completamente diverse da lei. Marilyn infatti è la diva dell'epoca moderna, una diva che ancora non è stata dimenticata e continua ad essere una vera e propria icona in tutto il mondo. In quel periodo io avevo disegnato su ordine della Warner Bros un ritratto di Marilyn che doveva essere esposto in occasione della prima romana di Il principe e la ballerina. Poi il direttore della Warner venne colto da dubbi e ripensamenti in quanto io per disegnarlo mi ero basato soltanto su una fotografia e, dato che l'occasione era importante, pensò bene di mandarmi ad Hollywood in modo che, di fronte a Marilyn, potessi fare i ritocchi adeguati al quadro. In questo modo, se lei avesse posato per me, nessuno poteva dire che il quadro lo avevo fatto guardando una fotografia! Quindi ci fu questo incontro...e fu molto divertente...anche perché eravamo entrambi poco più che ragazzi. Mi ricordo che il quadro venne esposto, la stampa era presente ed eravamo tutti in attesa di Marilyn che, però, non arrivava...
Beh, i suoi ritardi sono quasi mitici...
Sì, ma in questo caso, c'era anche il fatto che Marilyn era turbata e preoccupata dal fatto che un “pittore fiorentino” era venuto apposta dall'Italia per ritrarla...chissà cosa si immaginava! (ride)...quindi, ad un certo punto, mandò in avanscoperta la sua segretaria che mi guardò e sorrise...e poi le avrà sicuramente detto: “Ma non preoccuparti: è solo un ragazzino!”. Per cui lei arrivò, tutta sculettante, e mi disse: “Maestro...ma mi devo spogliare?”. Ora, questa frase io l'ho citata migliaia di volte e addirittura la uso come titolo delle mostre che faccio con i miei lavori su di lei.
Scusa però...ma tu cosa rispondesti a Marilyn?!
(ride)...ovviamente le dissi di sì, che ero venuto apposta! Poi lei stette al gioco e fece finta di spogliarsi...(ride)..poi si mise in posa di fianco al quadro e io apportai le mie correzioni...che poi furono poca cosa rispetto alla sua forma iniziale. All'una ci portarono dei cestini, proprio come si fa sui set di cinema, e io e Marilyn mangiammo insieme, molto velocemente; durante il pranzo lei mi promise che non appena fosse venuta a Firenze, si sarebbe fatta accompagnare da me in giro per la città. Da allora non l'ho mai più incontrata...ma l'ho disegnata per tutta la vita...
Raccontami, infine, in due parole, come è nata la tua famosa fotobusta pitturata per Via col vento.
Guarda, in realtà, io mi baso quasi sempre sulla mia prima impressione, ovvero sulle prime sensazioni che provo rispetto ad un soggetto; ovvio che poi quella prima impressione viene aggiustata ed elaborata, ma anche con Via col vento è andata così. Io mi calo sempre nei panni di uno spettatore che, magari, non ha sentito parlare del film e quindi deve avere un'idea di quello che si deve aspettare. Non sempre è facile, specialmente quando si ha a che fare col sesso, tematica che, quando è esagerata, non è per nulla divertente. Io ho sempre dato una rappresentazione del sesso e della sensualità, più idealizzata e suggerita che esplicita...ovvero per me basta un'espressione per veicolare sesso e passione...
E infatti, dal bacio tra Rossella e Rhett, nella tua fotobusta, emerge tutto un mondo...
Esatto, l'idea era quella.
Le opere riprodotte in questa pagina provengono dalle stampe originali dell'epoca, recuperate, fotografate e restaurate digitalmente da Movie.it.
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