Charles Bronson, l'altra faccia del duro
Di Redazione Movie.it
Novembre 5, 2026
Una faccia difficile da leggere
Charles Bronson aveva una faccia che Hollywood credeva di aver capito al primo sguardo. Mascella serrata, occhi a fessura, pochissime parole: il cattivo perfetto, e in più si risparmiava sui dialoghi. I pittori italiani, che con le facce ci lavoravano, non furono sempre dello stesso parere. Sui loro manifesti Bronson è una minaccia, una vittima, un uomo in attesa, un divo a disagio e, almeno una volta, un vanitoso. Non c'è nessun «vero Bronson» da strappare al mito. C'è un volto che aveva più cose da dire del suo proprietario.
Quel volto veniva da lontano, e soprattutto dal basso. Charles Dennis Buchinsky nasce il 3 novembre 1921 a Ehrenfeld, paese di miniere della Pennsylvania, undicesimo di quindici figli di una famiglia lituana. Il padre minatore muore quando lui ha dieci anni, e Charles scende a sua volta sottoterra, pagato a tonnellata. In guerra sale sui B-29 nel Pacifico, cambio d'aria notevole, e al ritorno sceglie la recitazione. Hollywood lo incasella subito: pugili, scagnozzi, nativi, gente da tenere d'occhio. Nel 1954, in pieno maccartismo, un cognome slavo sembra un rischio inutile, e Buchinsky diventa Bronson.
Nel 1964 Sergio Leone gli offre Per un pugno di dollari. Bronson legge il copione e rifiuta, e Clint Eastwood ringrazia. In I magnifici sette (1960) e Quella sporca dozzina (1967) lascia il segno, ma sempre in comitiva. La consacrazione arriva dall'Europa, a quasi cinquant'anni, quando i duri di Hollywood cominciano a pensare alla pensione. I francesi lo chiamano «monstre sacré», gli italiani, con affetto, «il Brutto». Nel 1972 la stampa estera di Hollywood lo indica come l'attore più popolare del mondo, e l'America si adegua con comodo due anni dopo.
Dal 1968 è sposato con l'attrice Jill Ireland, con cui gira molti film e che perde nel 1990. Muore a Los Angeles il 30 agosto 2003, a ottantun anni.
Sette manifesti, nessuna faccia definitiva
Un manifesto ha un compito preciso: fermare il passante e convincerlo a entrare in sala. Per riuscirci esagera, ingrandisce e, quando serve, si inventa tutto. Con Bronson si può dire che abbia avuto campo libero: da uno che parla così poco, smentite non ne arrivano.
Il manifesto di Luciano Crovato per Rullo di tamburi (Delmer Daves, 1954)
Si comincia con un colpo di Stato. Rullo di tamburi è il film di Alan Ladd, che ne è protagonista e lo produce con la sua nuova società. Eppure nella riedizione italiana del 1960 in cima si legge, a caratteri da insegna, «Charles Bronson è Capitan Jack». Ladd, vivo, vegeto e ancora divo, finisce nell'ultima riga, e il titolo del suo film viene messo tra virgolette, come una citazione. Bronson è ancora lontano dalla fama europea, il che rende la scommessa più curiosa: a qualcuno quella faccia dovette sembrare un affare migliore del protagonista.
Capitan Jack è esistito davvero: si chiamava Kintpuash, era un capo modoc e fu impiccato nel 1873. Nel film indossa la giubba di un ufficiale ucciso. Crovato gliela riduce a un gilet senza maniche, ci appunta le medaglie sul petto nudo e gli regala un mezzo sorriso soddisfatto. Il figlio di lituani con la bandana si gode la posa da grande capo. Conviene guardarlo bene, quel sorriso: nei prossimi sei poster non lo rivedremo.
Il poster di Carlantonio Longi per Solo contro i gangsters (Gene Fowler Jr., 1958)
Notte, pistola in pugno, cerchio rosso attorno alla testa: ecco il Bronson che ci si aspetta, un killer. Il film, piccolo e in bianco e nero, si è svegliato tutto blu, arancio e giallo, e il protagonista insegna matematica. Alan Avery ha visto per caso un omicidio e ha avuto la cattiva idea di testimoniare. Longi lo piega in avanti, gli fa scattare lo sguardo di lato, e quel cerchio si legge benissimo come un bersaglio. Non è un uomo pericoloso, è un uomo in pericolo.
I gangster gli uccidono la moglie incinta. Per comprarsi una pistola rompe il salvadanaio del figlio che non nascerà, raggiunge il boss, sale le scale con l'arma in pugno e lo trova solo, al buio, in lacrime. Se ne va e si chiude la porta alle spalle. Teniamola a mente, questa porta: sedici anni dopo la stessa storia andrà molto diversamente, con ben altri incassi.
Il poster di Agatino Avelli per La grande fuga (John Sturges, 1963)
Qui serve l'occhio da rebus. A grandi lettere, McQueen, Garner, Attenborough. Più in basso, nel gruppo dei comprimari, Charles Bronson. Eppure, dei tre giganteschi volti dipinti, quello a sinistra è proprio il suo. Siamo nella riedizione del 1971, quando in Europa è ormai una star: i contratti tengono fermi i nomi, ma nessun contratto regola le facce. Attenborough, se ha visto il poster, avrà cercato invano la sua.
Nel film è Danny, il «re dei tunnel», che ha scavato diciassette gallerie e ne ha il terrore. Quel lavoro Bronson lo conosceva: si racconta che abbia dato consigli a Sturges su come spostare la terra e che dalla miniera avesse riportato la stessa paura del suo personaggio. Avelli gli concede aria e rosso a volontà, e nemmeno un metro di sottosuolo. Danny, del resto, è uno dei tre soli fuggiaschi che ce la fanno. Su quel set Bronson conobbe Jill Ireland, allora moglie del collega David McCallum. Cinque anni dopo la sposò, e di questo il poster non sa nulla.
Il manifesto di Rodolfo Gasparri per C'era una volta il West (Sergio Leone, 1968)
Quattro anni dopo il gran rifiuto, Leone lo riebbe, anche perché Eastwood stavolta aveva detto no. Più tardi lo definì il più grande attore con cui avesse mai lavorato. Gasparri traduce il giudizio in centimetri: Henry Fonda è il primo nome del cast, ma sta in un angolo, tinto di rosso, mentre al centro si alza quella testa enorme. Nei crediti Bronson è l'unico con il ruolo accanto al nome, «nel ruolo di Armonica». Forse sembrò necessario spiegarlo: un uomo chiamato come uno strumento, senza nome né passato, al pubblico andava presentato.
E l'armonica? Non c'è. Lo strumento che gli dà il nome e parla al posto suo è rimasto a casa. Intorno si spianano pistole e si preparano duelli, mentre lui è l'unico che non ha fretta. Il volto è diviso a metà, una parte accesa d'arancio e l'altra in ombra, ed è esattamente la sua situazione: per quasi tutto il film conosciamo mezzo Armonica, l'altra metà arriva con l'ultimo duello.
Il poster di Renato Casaro per Due sporche carogne (Jean Herman, 1968)
Questo è il film che lo fece diventare una star in Europa, ed è ambientato tra Marsiglia e Parigi. Casaro però dipinge volanti americane, agenti in posizione e cartelli da highway: «Bank», «Stop», «Max 53». Di Francia, nemmeno un croissant. L'avventura, evidentemente, doveva avere la targa giusta. Quanto a quel «Max 53», è solo una bizzarria, ma nel 1974, l'anno in cui l'America si accorse finalmente di lui, Bronson compì proprio cinquantatré anni.
A sinistra Delon, occhi chiari e cravatta in ordine, a destra il Brutto, lucido di sudore, con la sigaretta all'angolo della bocca. Il Bello e il Brutto, servizio completo. Non si guardano mai, e qui il poster ci prende: alla fine del film Bronson viene arrestato, chiede da accendere a Delon e Delon gliela accende senza far capire di conoscerlo. Prima di allora il suo personaggio ha passato il tempo a ripetere «yeah» e a far cadere monete in un bicchiere pieno, per vedere quante ne regge prima di traboccare. Per un duro è un passatempo inconsueto, e dice di lui più di una rapina.
Il poster di Averardo Ciriello per Sole rosso (Terence Young, 1971)
Sole rosso esce nel 1971 e il sorpasso è certificato. Bronson apre la riga dei nomi, davanti a Ursula Andress e Toshiro Mifune. Delon, che ormai arriva dopo tre nomi e con un cortese «con la partecipazione di», è sceso nel medaglione in basso a destra. Ciriello dispone tutti in cerchi ordinati come monete da collezione, con un quinto cerchio rosso per il titolo che fa da bandiera giapponese. Bronson sta in quello più alto, accanto alla firma del pittore.
È il punto più alto della scalata, ma lui non sembra essersene accorto. Il cappello gli fa ombra sulla fronte, gli occhi scivolano di lato, la bocca è una riga. Il film mette un fuorilegge e un samurai sulla stessa strada, nel West, con un cast da quattro bandiere, e l'attore più popolare del mondo ha l'aria di chi sta aspettando che finisca la foto di gruppo.
Il manifesto di Averardo Ciriello per Il giustiziere della notte (Michael Winner, 1974)
Stesso pittore, tre anni dopo, e il medaglione è saltato. La faccia è blu, rosa e fango, le pennellate le colano addosso, e riempie mezzo manifesto senza chiedere il permesso a nessuno. La vetta è raggiunta, e non ha l'aria di un posto allegro.
La cosa più curiosa è quella che manca. Questo è il film della pistola, quello che fece di un architetto newyorkese il vendicatore più discusso degli anni Settanta, e di pistole qui non se ne vede una. C'è solo un minuscolo uomo in papillon che urla tra i bidoni della spazzatura, vestito come se avesse sbagliato festa. Il titolo italiano promette un giustiziere, Ciriello dipinge uno che non sembra convinto di esserlo. Bronson, a sentire Michael Winner, era più deciso. Quando il regista gli spiegò che il film parlava di un uomo che spara ai rapinatori, rispose: «Mi piacerebbe farlo». «Il film?». «No. Sparare ai rapinatori».
La fine della pista
Nel 1958 l'insegnante di matematica aveva la pistola in mano e chiudeva la porta. Nel 1974 l'architetto resta e spara, e il pubblico, a quanto pare, non aspettava altro. In mezzo ci sono sette facce, e nessuna coincide del tutto con l'altra: il vanitoso, il bersaglio, il clandestino in cartellone, l'uomo senza armonica, il Brutto accanto al Bello, il divo che vorrebbe essere altrove, il vendicatore senza pistola.
Il proprietario di quella faccia, intanto, non si scomponeva. Quando Winner lo pregava di fermarsi oltre l'orario per finire una scena, Bronson si atteneva al contratto e se ne andava: «Michael, mi ci sono voluti quarant'anni per diventare una star». Difficile dargli torto. Era arrivato tardi, e non aveva nessuna intenzione di fare gli straordinari.
Le opere riprodotte in questa pagina provengono dalle stampe originali dell'epoca, recuperate, fotografate e restaurate digitalmente da Movie.it.
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