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Approfondimenti

Franco Nero, nero di nome e azzurro di sguardo

Di Redazione Movie.it

Novembre 6, 2026

Franco Nero nasce il 23 novembre 1941 a San Prospero Parmense, alle porte di Parma, e all'anagrafe fa Francesco Clemente Giuseppe Sparanero. Il cinema gli taglierà il cognome a metà, buttando via proprio il pezzo più adatto alla carriera che lo aspetta: "spara". Figlio di un carabiniere pugliese, da ragazzo si trasferisce a Milano, prende un diploma da ragioniere, molla gli studi e finisce a Roma a fare l'aiuto fotografo in via Margutta. Un fotografo della De Laurentiis gli scatta qualche foto, le foto arrivano sulla scrivania di John Huston, e Huston lo convoca per La Bibbia: in una stanza piena di gente gli ordina di spogliarsi. Nero resta in mutande e ne esce con la parte di Abele.

Lo stesso anno, il 1966, Sergio Corbucci gli mette in mano la corda di una bara e lo trascina nel fango: Django ne fa un divo mondiale. Segue Lancillotto in Camelot (Joshua Logan, 1967), sul cui set conosce Vanessa Redgrave. Hanno un figlio nel 1969, si perdono di vista, si ritrovano e si sposano nel 2006, dopo quasi quarant'anni: nessuno può accusarli di aver avuto fretta. In mezzo e dopo, più di duecento film, da Buñuel (Tristana) a Fassbinder (Querelle), da Die Hard 2 alla voce di zio Topolino in Cars 2, fino al cameo in Django Unchained e al pontefice dell'Esorcista del Papa (2023). Da Abele al Papa, si può dire che abbia fatto carriera. Nel febbraio 2026 ha avuto la sua stella sulla Walk of Fame di Hollywood, a novembre compie 85 anni e di smettere non vuole sentir parlare.

Di tutto questo, ai Pittori di Cinema interessava una cosa sola, che il cognome si guardava bene dal dire. Si chiama Nero e ha gli occhi azzurri. Mettendo in fila sette poster dei suoi primi dieci anni di cinema si vede che cosa si può fare con due occhi così: illuminarli, spaventarli, rubarli, spalmarli su tutta la faccia. E anche, per cominciare, dipingerli marroni.



Il manifesto di Piovano per Gli uomini dal passo pesante (Albert Band e Mario Sequi, 1965)

Prima di essere Franco fu Frank. Per trovarlo bisogna leggere: «Frank Nero», quinto nome in lista, sotto Gordon Scott, Joseph Cotten e James Mitchum, nei panni di Charlie Garvin, un ruolo di contorno. Poi si alza lo sguardo e il grande volto al centro è il suo. Siamo davanti a una riedizione, arrivata quando Django aveva già fatto il giro del mondo, e il conto è presto fatto: Gordon Scott, l'ex Tarzan, protagonista del film nel ruolo di Lou Cordeen, resta primo in cartellone e deve accontentarsi, al massimo, di una sagoma a cavallo. Nome piccolo, faccia grande: è difficile immaginare una furbizia più pulita. C'è solo un dettaglio che non torna, gli occhi castani.


In un'immagine tutta mattone e seppia l'azzurro semplicemente non esiste, e il pittore se la cava come può. Un ragazzo di Parma con un nome da Texas, in un film in cui persino il regista Mario Sequi si firma Anthony Wileys: da qui in poi, i colori li aggiustano gli altri.

Il poster di Gasparri per Django (Sergio Corbucci, 1966)

Nel 1966 il nome è già italiano e gli occhi entrano in scena. Il Django di Gasparri ha la faccia sepolta sotto la tesa del cappello, con un'unica fessura di luce messa esattamente dove servono due iridi azzurre, e la sciarpa blu ripete il colore nel caso a qualcuno fosse sfuggito. Nero ha ventiquattro anni, il pittore gliene dà almeno quaranta: oggi possiamo dire che quella faccia gli anni li ha retti bene anche prima di averli. Più interessante è ciò che manca. Il film è famoso per il fango e per la bara, e qui il fango è diventato oro e la bara è sparita. In fondo restano Maria (Loredana Nusciak), legata ai pali, un bandito che crolla all'indietro e altri già a terra, ma Django non si volta: ha finito. La pistola è ferma, alzata accanto alla guancia, e la mano esce in primissimo piano da un guanto sfilacciato. Chi ha visto il film sa che cosa toccherà a quelle mani. Conviene ammirarle finché durano.

Il poster di Di Stefano per Il giorno della civetta (Damiano Damiani, 1968)

Qui la nostra tesi scivola, e per fortuna. Di Stefano dipinge il capitano Bellodi con gli occhi scuri. E gli azzurri? Li ritroviamo poco più in basso, enormi e chiari, sul volto di Claudia Cardinale (Rosa Nicolosi), che nella vita li aveva scuri. Un furto in piena regola e nessuno sporge denuncia, ma del resto è un film sull'omertà. Senza il suo marchio di fabbrica, Nero si scopre un'altra cosa: un uomo calmo che sta dietro, in un bruno pacato, e guarda di lato ragionando.
Non è un caso da poco, perché il Bellodi di Sciascia viene da Parma e il figlio del carabiniere nato alle porte di Parma si ritrova a fare il capitano dei carabinieri: con questa parte vince il David di Donatello. Al centro un uomo in abito blu vola all'indietro con la mano sul petto, e l'azzurro cacciato dagli occhi finisce sul vestito del morto. Lee J. Cobb, il boss don Mariano, non c'è, né dipinto né scritto. Non si vede e non si nomina: per un capomafia è il massimo della fedeltà al personaggio.

Il manifesto di Olivetti per Il mercenario (Sergio Corbucci, 1968)

Nato a Parma, Nero diventa polacco: Sergei Kowalski vende la sua mitragliatrice nel Messico della rivoluzione a chi paga meglio. Olivetti gli stende dietro un giallo senza sfumature e gli fa puntare la pistola sotto il mento di Paco Román (Tony Musante). Il bello è dove guarda. Quando si tiene un uomo sotto tiro, a quell'uomo si dedica di solito un minimo di attenzione. Paco, con gli occhi sbarrati, cerca lui; Kowalski invece guarda altrove, con occhi chiari e slavati, stavolta più grigi che azzurri: occhi da contabile, che stanno facendo i conti. A prima vista è quasi un abbraccio, a guardare meglio è un preventivo. Il film gli concede l'ultima parola proprio su questo: Kowalski se ne va gridando a Paco di continuare pure a sognare, ma con gli occhi aperti.


Il poster di Gasparri per Gott mit uns (Dio è con noi) (Giuliano Montaldo, 1970)

Stesso pittore, quattro anni dopo, stessi occhi azzurri, e sembra un altro uomo. Bruno Grauber è un ufficiale tedesco che ha disertato, e il film parte da un fatto vero: due disertori fucilati il 13 maggio 1945 ad Amsterdam, a guerra finita, in un campo sotto controllo canadese, dopo una condanna dei loro stessi compagni prigionieri. Via il cappello, via la pistola, via i guanti: restano capelli sconvolti e barba di giorni. Gli occhi non puntano più nessuno, scappano di lato, lontano dalla torretta, mentre il fascio di luce gli passa sotto il mento e taglia in due l'immagine. Django aveva tutta l'ombra che voleva e sceglieva di farsi vedere; a Grauber la luce arriva addosso senza che l'abbia chiesta. Gli occhi che nel 1966 facevano paura adesso ce l'hanno, e il pittore non ha dovuto cambiare colore. In basso a destra si legge «e con Bud Spencer», a lettere belle grandi: è il 1970, l'anno di Lo chiamavano Trinità, ma chi entrava in sala per gli schiaffoni usciva piuttosto deluso.

Il poster di Iaia per Senza ragione (Silvio Narizzano, 1973)

A questo punto Iaia risolve il problema alla radice: l'azzurro non sta più negli occhi, ha invaso la faccia, la mano e persino l'ombra della pistola. Mosquito, il ladro in fuga con Memphis, è un uomo blu con una striscia gialla, mentre Telly Savalas (Memphis, appunto) è tutto rosso in alto a destra, come se li avessero divisi per reparti. In mezzo Ely Galleani (Maria) crolla insanguinata tra collane di perle. Guardando bene, un occhio di Mosquito è azzurro e l'altro verde. Perché? Il titolo risponde prima che qualcuno lo chieda: senza ragione. Il dato utile è un altro, e cioè che Nero si riconosce benissimo anche tinto come un puffo, baffi compresi: la faccia ormai funziona in qualunque colore. Manca invece Mark Lester (Lennox), il ragazzino di Oliver!, terzo nome in cartellone e vittima del rapimento nel film: lo hanno sequestrato anche dal poster.


Il manifesto di Casaro per Il cittadino si ribella (Enzo G. Castellari, 1974)

Alla fine, la prova del nove. In questo poster il volto non è dipinto: è una fotografia ritagliata, giacca, cravatta e baffi di Carlo Antonelli, ingegnere genovese pestato durante una rapina che decide di farsi giustizia da solo. Gli occhi, finalmente senza pennello di mezzo, sono davvero chiari: un grigio azzurro meno sfacciato di quello di Gasparri. I pittori avevano calcato un po' la mano, ma non si erano inventati niente. Alle spalle, disegnato da Casaro, il mondo è ridotto a macchie in bianco e nero, rapinatori col passamontagna compresi, e il colore resta tutto a lui. Dopo sei poster di silenzi, per la prima volta ha la bocca spalancata, come ogni cittadino quando ne ha abbastanza. E guardate il nome: sul poster di Piovano era ancora Frank, quinto in lista; qui è FRANCO NERO a lettere enormi, e due volte, tanto per stare sicuri. Del cognome di battesimo aveva buttato «spara». In questo film, mite ingegnere, gli tocca andarselo a riprendere.




Le opere riprodotte in questa pagina provengono dalle stampe dell'epoca, recuperate, fotografate e restaurate digitalmente da Movie.it.

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Ultimo aggiornamento: Novembre 6, 2026

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