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Western: storia del genere che ha fatto grande il cinema

Dalla frontiera di John Ford ai dollari di Sergio Leone: un secolo di cinema western

Luglio 29, 2026

Il western è il grande racconto dell'America e insieme uno dei generi più universali che il cinema abbia inventato: la frontiera, il duello, la legge e il deserto parlano a ogni pubblico, da Los Angeles a Roma a Tokyo. Nessun altro genere ha accompagnato così a lungo la storia stessa del cinema: nato con i suoi primi passi, ha attraversato un secolo di schermi cambiando pelle a ogni generazione, da Hollywood all'Europa e ritorno. Questa è la sua storia.

Dalla frontiera allo schermo: la nascita del western

Il western nasce praticamente insieme al cinema di finzione. Nel 1903 The Great Train Robbery di Edwin S. Porter, dodici minuti di assalto al treno prodotti dalla compagnia di Edison, è tra i primi film a raccontare una storia compiuta e si chiude con l'immagine che fonda un secolo di immaginario: il bandito che punta la pistola dritta verso il pubblico e spara. Nell'epoca del muto il genere diventa il pane quotidiano di Hollywood, con divi come Tom Mix e William S. Hart che incarnano il cowboy per milioni di spettatori. La frontiera era stata chiusa da appena una generazione: il cinema arriva in tempo per trasformarla subito in mito.

John Ford e l'età d'oro di Hollywood

Nel 1939 John Ford consegna al genere la sua carta di nobiltà. Ombre rosse, prodotto da Walter Wanger, chiude nove personaggi in una diligenza e li spedisce attraverso la MonumentValley, che da quel film diventa la cattedrale naturale del western: un racconto morale perfetto travestito da film d'avventura, che rivela al mondo John Wayne e dimostra che il western può essere grande cinema.

Il dopoguerra è l'età d'oro. Ford firma la trilogia della cavalleria e poi, nel 1956, Sentieri selvaggi, il western più influente di sempre, con un Wayne cupo e ossessionato. Howard Hawks risponde con Il fiume rosso e con Un dollaro di onore, il suo anti Mezzogiorno di fuoco: uno sceriffo che non implora l'aiuto dei cittadini ma sceglie i suoi uomini. Fred Zinnemann, con Mezzogiorno di fuoco prodotto da Stanley Kramer, porta il genere verso la tragedia in tempo reale e regala a Gary Cooper il suo secondo Oscar; George Stevens scolpisce il pistolero malinconico de Il cavaliere della valle solitaria; Anthony Mann, in coppia con James Stewart a partire da Winchester '73, inventa il western psicologico. Accanto ai capolavori, produttori specializzati come Nat Holt sfornano solidi western d'azione con divi di ferro come Randolph Scott: è il tessuto industriale che tiene vivo il genere, film dopo film, stagione dopo stagione.

In Italia questi film passano per la grande officina dei titoli. Rio Bravo diventa Un dollaro di onore, Canadian Pacific diventa Amore selvaggio: i distributori conoscevano il proprio pubblico e sapevano che onore, dollari e passioni funzionavano meglio di una traduzione letterale.





Ombre rosse (John Ford, 1939)

Il manifesto di Ombre rosse (John Ford, 1939), dipinto da Anselmo Ballester per una riedizione italiana. La carica dei guerrieri, dipinti come un'onda rosso fuoco che accerchia la diligenza lanciata al galoppo, trasforma il titolo italiano in immagine pura, con il ritratto di John Wayne chiuso in un riquadro azzurro. Il film che ha reso il western grande cinema, interpretato qui da uno dei maestri assoluti della prima generazione di pittori.





Un dollaro d'onore (Howard Hawks, 1959)

Il manifesto di Un dollaro d'onore (Howard Hawks, 1959), dipinto da Averardo Ciriello. Su un fondo giallo squillante, John Wayne, Dean Martin e Ricky Nelson avanzano armi in pugno dentro un'unica grande ombra. È la risposta di Hawks a Mezzogiorno di fuoco: uno sceriffo che non chiede aiuto ai cittadini ma sceglie i suoi uomini, in uno dei western più amati di sempre.






Amore selvaggio (Edwin L. Marin, 1949)

La locandina di Amore selvaggio(Edwin L. Marin, 1949), dipinta da Piovano. Il formato piccolo verticale gioca su due registri: sopra Randolph Scott che protegge la sua donna, sotto il treno che avanza nella notte tra gli attacchi indiani. Un'avventura ferroviaria sulla costruzione della grande linea canadese, esempio perfetto del western d'azione prodotto da Nat Holt che il pubblico di tutto il mondo divorava.







Sergio Leone: l'Europa reinventa il West

Nel 1964, mentre Hollywood comincia a dare il genere per esaurito, la rinascita arriva dall'altra parte dell'oceano. Un regista romano gira tra la Spagna e Cinecittà, con pochi soldi e un attore televisivo americano semisconosciuto di nome Clint Eastwood, un film intitolato Per un pugno di dollari. A scommettere sul progetto sono due produttori, Giorgio Papi e Arrigo Colombo della Jolly Film. E c'è un dettaglio che racconta il clima dell'epoca meglio di ogni analisi: convinto che il pubblico non avrebbe preso sul serio un western girato da europei, Sergio Leone firma la regia come Bob Robertson e con lui quasi tutta la troupe si nasconde dietro pseudonimi americani. In attesa di potersi firmare col proprio nome, il western europeo fingeva di essere americano.

Il successo è mondiale e non servirà nascondersi a lungo. Con Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo, prodotti da Alberto Grimaldi, destinato a diventare uno dei grandi nomi del cinema internazionale, Leone impone un western nuovo: primissimi piani e silenzi dilatati, la musica di Ennio Morricone come seconda sceneggiatura, eroi sporchi e cattivi memorabili come il Gian Maria Volonté dei primi due capitoli. Nel 1968 C'era una volta il West chiude il cerchio e torna alle origini anche fisicamente, girando tra la Spagna e la vera Monument Valley di Ford, con un Henry Fonda a sorpresa nei panni del cattivo: un'opera crepuscolare sulla fine del West, firmata da un europeo e ormai patrimonio del cinema mondiale.



C'era una volta il West (Sergio Leone, 1968)

Il manifesto di C'era una volta il West (Sergio Leone, 1968), dipinto da Rodolfo Gasparri. I volti di Henry Fonda, Charles Bronson, Jason Robards e Claudia Cardinale composti come un'ouverture attorno al duello, in una costruzione che ha il respiro del film stesso. Il poster di C'era una volta il West è oggi una delle immagini più celebri dell'intera storia del genere, degna del capolavoro che annunciava.



Il filone esplode: un genere senza confini

Sull'onda di Leone, il western torna a essere un'industria mondiale, ma con il motore in Europa. In poco più di un decennio le coproduzioni tra Italia, Spagna, Francia e Germania sfornano centinaia di titoli, girati tra Almería e Cinecittà e venduti in ogni continente. Sergio Corbucci, con Django, consegna a Franco Nero un personaggio così leggendario da generare decine di falsi seguiti in mezzo mondo; Sergio Sollima e Duccio Tessari portano nel filone la politica e l'ironia; e il genere attira star americane come Lee Van Cleef, rilanciato da Leone e diventato un divo assoluto, o presenze inattese come William Shatner, il capitano Kirk di Star Trek, protagonista di un'incursione nel western europeo.

È un cinema che non ha paura di nulla, nemmeno di sperimentare: ci sono western gotici, western psichedelici come Matalo!, western in cui il genere si guarda allo specchio e si deforma. Una vitalità disordinata e generosa che il pubblico premia e che tiene accese le sale di mezzo mondo.



...E venne l'ora della vendetta (José Briz, 1968)

Il manifesto di ...E venne l'ora della vendetta (José Briz, 1968), dipinto da Rodolfo Gasparri. Il pistolero in camicia rossa contro il disco enorme del sole, i corpi stesi sulla strada deserta: una composizione che condensa in una sola scena tutta la liturgia del duello. Protagonista William Shatner, in coppia con un veterano come Joseph Cotten, per una curiosa coproduzione europea oggi ricercata dagli appassionati.





Matalo! (Cesare Canevari, 1970)

Il manifesto di Matalo! (Cesare Canevari, 1970), dipinto da Sandro Symeoni. I tre fuorilegge schierati contro l'arancio acceso del tramonto, con il cappio che pende minaccioso al centro. Il film è uno degli esperimenti più radicali del filone, un western psichedelico con chitarre elettriche e boomerang al posto delle pistole, diventato negli anni un piccolo culto internazionale.






Bandidos (Max Dillman, 1967)

Il manifesto di Bandidos (Max Dillman, alias Massimo Dallamano, 1967), dipinto da Mafé. Enrico Maria Salerno al tavolo di un saloon, tra la bottiglia, i bicchieri e i dollari, in un ritratto fermo e teso, più vicino al dramma che all'avventura. Salerno al western aveva già dato molto senza farsi vedere: era sua la voce italiana di Clint Eastwood nella trilogia di Leone. E dietro lo pseudonimo Max Dillman si nasconde Massimo Dallamano, direttore della fotografia dei primi due western di Leone, qui alla regia di uno dei titoli più apprezzati del filone.





Capitan Apache (Alexander Singer, 1971)

Il manifesto di Capitan Apache (Alexander Singer, 1971), dipinto da Averardo Ciriello. Lee Van Cleef saldo sulle sue gambe, la locomotiva che irrompe nella notte e la donna avvolta nella bandiera ai suoi piedi: un concentrato di iconografia western costruito attorno al volto tagliente del divo. Van Cleef, consacrato dai film di Leone, era ormai una garanzia per il pubblico di tutto il mondo.



La svolta comica: Trinità e i suoi fratelli

All'inizio degli anni Settanta il western si reinventa un'ultima volta e lo fa ridendo. La coppia Terence Hill e Bud Spencer trasforma scazzottate e fagioli in un fenomeno che batte record d'incassi in mezza Europa, e il genere, che aveva cominciato sparando, chiude la sua parabola a suon di schiaffoni. Dietro la macchina da presa c'è Enzo Barboni, che firma con lo pseudonimo E.B. Clucher: l'ultima eco di quella vecchia abitudine ai nomi americani, ormai diventata un vezzo più che una necessità.

Nel 1972 ...E poi lo chiamarono il Magnifico, prodotto da quello stesso Alberto Grimaldi che aveva scommesso sui dollari di Leone, porta questa formula fuori dal West polveroso, spedendo un impeccabile gentiluomo inglese nel selvaggio Ovest: il pubblico accorre in massa e il sorriso di Terence Hill diventa uno dei volti più amati del cinema popolare, in patria e all'estero.




...E poi lo chiamarono il Magnifico (E.B. Clucher, 1972)

Il manifesto di ...E poi lo chiamarono il Magnifico (E.B. Clucher, 1972), dipinto da Sandro Symeoni. Terence Hill sdraiato all'indietro sulla sedia a dondolo, i piedi appoggiati al velocipede, il sorriso di chi non ha fretta, mentre alle sue spalle i ceffi a cavallo restano a bocca aperta: il poster di ...E poi lo chiamarono il Magnifico racconta da solo tutto il tono della commedia. Un'immagine che ancora oggi strappa un sorriso prima del film.




Crepuscolo e rinascite: il western moderno

Mentre l'Europa ride, l'America fa i conti con il proprio mito. Nel 1969 Sam Peckinpah, con Il mucchio selvaggio, firma il funerale più violento e magnifico del vecchio West: fuorilegge invecchiati, mitragliatrici, un'epoca che muore in un bagno di sangue al rallentatore. Negli anni Settanta il western revisionista rilegge la conquista dal punto di vista dei vinti, con film come Il piccolo grande uomo di Arthur Penn, e il genere, ormai adulto, impara a mettere sotto processo la propria leggenda.

Poi, quando tutti lo danno per morto, il western torna a vincere tutto. Nel 1990 Balla coi lupi di Kevin Costner conquista sette Oscar; due anni dopo Clint Eastwood, l'attore che il mondo aveva scoperto nei film girati in Europa, chiude il cerchio della propria carriera e di tutto il genere con Gli spietati, quattro Oscar tra cui miglior film e miglior regia, dedicato ai suoi maestri Sergio Leone e Don Siegel. Da allora il western continua a rinascere a ogni generazione, dai fratelli Coen a Quentin Tarantino, mentre le musiche di Morricone e le inquadrature di Ford e di Leone vengono citate in tutto il mondo. Il cavaliere solitario, il duello al tramonto, la città di frontiera appartengono ormai alla cultura visiva universale: il western non è un capitolo chiuso della storia del cinema, è il suo mito fondativo, sempre pronto a tornare.

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Ultimo aggiornamento: Luglio 29, 2026

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