Manifesti erotici e locandine “a luci rosse”: il desiderio dipinto sui muri
Prima ancora di entrare in sala, lo spettatore veniva sfiorato, provocato, quasi chiamato per nome da quelle immagini immense che annunciavano promesse più grandi del film stesso.
Aprile 27, 2026
C’è stato un tempo in cui il cinema non finiva con i titoli di coda. Continuava fuori, per strada, sulle facciate dei palazzi, nelle edicole, sui muri scrostati delle periferie e nei corridoi delle stazioni. Prima ancora di entrare in sala, lo spettatore veniva sfiorato, provocato, quasi chiamato per nome da quelle immagini immense che annunciavano promesse più grandi del film stesso.
Le locandine erotiche italiane degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta appartengono a questa civiltà perduta dello sguardo. Non erano semplici réclame: erano una forma di teatro popolare, una messinscena del desiderio affidata alla pittura.

Tra censura, ironia e immaginazione.
L’Italia, paese di censori ossessionati e di spettatori curiosissimi, produsse in quegli anni un equilibrio tutto suo tra malizia e disciplina. Nulla poteva mostrarsi davvero, e proprio per questo tutto doveva suggerirsi meglio. Il corpo femminile appariva allora come apparivano un tempo le divinità nei soffitti barocchi: velato abbastanza da essere contemplato, scoperto abbastanza da essere inseguito con gli occhi.
Le commedie sexy con Edwige Fenech o Gloria Guida non vendevano scandalo, ma una fantasia sorridente e domestica, dove l’erotismo aveva ancora il passo leggero della farsa. Accanto a loro, Lino Banfi incarnava il maschio italiano colto sempre un istante prima del ridicolo. Il desiderio, in quei film, era già una caricatura di se stesso.

L’arte del manifesto e la forza dell’eccesso
Eppure i manifesti superavano spesso i film che pubblicizzavano. Là dove la pellicola talvolta invecchiava in fretta, il cartellone restava. I grandi cartellonisti italiani fra tutti Enzo Sciotti sapevano che il compito non era riprodurre una scena, ma inventare un’attesa. Un manifesto non illustrava: seduceva.
Per questo molte di quelle immagini conservano oggi una forza inattesa. Hanno colori troppo accesi, pose troppo studiate, espressioni troppo eloquenti. Ma proprio in quell’eccesso abitava la loro verità: il desiderio, quando passa attraverso la pubblicità, diventa sempre un po’ mitologia.
Poi c’era la censura, che in Italia non distruggeva: correggeva. Aggiungeva mutandine, cancellava curve, attenuava scollature. E così il manifesto diventava un oggetto doppio: metà opera, metà pentimento.
Dalla fine di un’epoca al valore di oggi
Verso la fine degli anni Ottanta arrivò la fotografia, e con essa la fine di tutto questo. L’immagine smise di interpretare e cominciò semplicemente a mostrare. Si perse il piacere dell’allusione, che è sempre più intelligente dell’evidenza.
Oggi quei manifesti sopravvivono come frammenti di un’Italia contraddittoria, insieme moralista e voyeuristica, repressa e teatrale. Nella collezione di Movie.it tornano a parlare: non del sesso, ma dell’immaginazione che un paese seppe costruirgli intorno.
Si ringrazia per la preziosa collaborazione Sebastiano Cannavò