Ci sono pittori che si riconoscono a colpo d'occhio, anche quando cambiano stile, anche quando sperimentano, anche quando sembrano voler spiazzare chi li guarda. Manfredo Acerbo era uno di questi. Pescarese di nascita, romano d'adozione, accademico per formazione e irregolare per temperamento, ha attraversato quarant'anni di cinema italiano e internazionale lasciando su ogni poster un segno inconfondibile: veloce, vibrante, spesso spiazzante, sempre vitale. In un panorama dominato dal realismo descrittivo dei pittori di scuola romana, Manfredo scelse una strada più rischiosa e più interessante, quella di chi non racconta il film ma ne restituisce l'energia emotiva con il gesto pittorico.
Pescara, Roma, l'Accademia e la strada
Nato a Pescara nel 1913, Manfredo Acerbo si trasferisce in giovane età a Roma, dove frequenta l'Accademia di Belle Arti e comincia a costruire un profilo professionale composito e curioso: insegnante di pittura, grafico, pittore di cinema. Non è un percorso insolito per l'epoca, ma il modo in cui Manfredo declina ciascuna di queste attività è già rivelatore di una personalità artistica difficile da incasellare. Le sue prime opere mostrano un gusto sintetico e un linguaggio vicino all'illustrazione: linee nette, figure essenziali, un senso della composizione che deve molto alla grafica pubblicitaria degli anni Trenta e Quaranta. Ma sotto quella superficie ordinata cova qualcosa di più inquieto, destinato a esplodere nel decennio successivo.
Roma, il cinema e la bottega: fare il pittore di manifesti nel dopoguerra
Nel dopoguerra romano, con Cinecittà che tornava a produrre a pieno regime e una città affamata di cinema, i pittori di manifesti come Manfredo Acerbo erano invisibili protagonisti: trasformavano pochi materiali di base in immagini capaci di fermare il passante e raccontare un film in un istante. Tra botteghe e colleghi celebri, univano mestiere e visione artistica, mescolando tradizione pittorica italiana e influenze europee, dall’espressionismo al costruttivismo, creando opere che rendevano unico il panorama della cartellonistica italiana.
Mentre in America si andava affermando lo stile grafico e fotografico, in Italia si manteneva viva una tradizione pittorica che affondava le radici nell'Ottocento. Manfredo appartiene a questa tradizione, ma la attraversa con un occhio rivolto all'Europa e alle avanguardie.
Arco di Trionfo (Lewis Milestone, 1948)
Il manifesto di Arco di Trionfo, dal celebre romanzo di Erich Maria Remarque con Ingrid Bergman e Charles Boyer, è una delle prove più equilibrate della stagione pittorica di Manfredo. I due volti si sfiorano in un abbraccio malinconico, reso con pennellate dense e una gamma cromatica che vira verso i verdi, i rossi e i blu notturni. Sullo sfondo, le strade di Parigi sono appena abbozzate, fumose e inquiete come la storia che raccontano. Non c'è nulla di consolatorio in quest'immagine: la tenerezza dei due protagonisti è già incrinata da qualcosa che non si può nominare, e Manfredo lo dice con il colore prima ancora che con la composizione.
I magliari (Francesco Rosi, 1959)
Con il poster de I magliari di Francesco Rosi, con Alberto Sordi, Belinda Lee e Renato Salvatori, Manfredo raggiunge uno dei risultati più complessi della sua carriera. La composizione è articolata su due registri: a destra, in primissimo piano, il volto di Belinda Lee con la sigaretta in bocca, gli occhi chiari e gelidi che fissano lo spettatore con una sfrontatezza quasi provocatoria; a sinistra, la scena di strada notturna con le baracche illuminate e le figure in movimento, resa con pennellate rapide e una luce artificiale che trasuda miseria e pericolo. Il contrasto tra la raffinatezza del ritratto e il realismo crudo dello sfondo è il cuore del film di Rosi, e Manfredo lo ha capito perfettamente.
Europa di notte (Alessandro Blasetti, 1959)
La locandina di Europa di notte di Alessandro Blasetti è forse la prova più coraggiosa e moderna di Manfredo pittore di cinema. Su un fondo nero totale, una figura femminile seminuda accovacciata è attraversata da una griglia di linee grafiche che la frammentano senza cancellarla, come se guardassimo attraverso un reticolo o uno schermo. I capelli blu, le labbra rosse, i puntini gialli che punteggiano il buio: tutto concorre a creare un'immagine di sensualità urbana e notturna che ha pochissimi precedenti nella cartellonistica cinematografica italiana degli anni Cinquanta. È una locandina che guarda al futuro, che anticipa certe soluzioni della grafica psichedelica degli anni Sessanta, e che dimostra come Manfredo non fosse semplicemente un pittore di cinema ma un artista che usava il cinema come pretesto per sperimentare.
Aiuto! (Richard Lester, 1965)
Il poster di Aiuto!, versione italiana di Help! dei Beatles diretto da Richard Lester nel 1965 e Gran Premio al Festival Internazionale di Rio de Janeiro, è un documento storico oltre che un'opera grafica di notevole vivacità. Manfredo sceglie una soluzione ibrida, pittorico-fotografica: i quattro Beatles in uniforme da banda musicale sono fotografati al centro dell'immagine, circondati da un vortice di scene d'azione dipinte in giallo, rosso e verde che girano intorno a loro come in un fumetto psichedelico. Il grande rubino rosso al centro e le figure in volo tutto intorno restituiscono perfettamente il tono surreale e frenetico del film. È uno dei manifesti cinematografici italiani degli anni Sessanta in cui la fusione tra fotografia e pittura produce un risultato davvero originale, impossibile da confondere con qualsiasi altro.
Oceano (Folco Quilici, 1971)
Il manifesto di Oceano di Folco Quilici, con le musiche di Ennio Morricone, segna l'ultima stagione creativa di Manfredo pittore di cinema e ne mostra la piena maturità. La figura femminile in abito giallo occupa tutta la parte destra dell'immagine con una presenza fisica immediata e solare, resa con pennellate ampie e luminose che fanno della luce il vero soggetto del manifesto. Sullo sfondo, il paesaggio marino con le isole, il cielo nuvoloso e i gabbiani in volo è trattato con una leggerezza quasi acquarellistica che contrasta piacevolmente con la densità pittorica della figura in primo piano. La piccola figura maschile sullo sfondo, quasi persa nell'immensità del paesaggio, aggiunge una nota di solitudine poetica che eleva il manifesto al di sopra della semplice comunicazione promozionale.
L'eredità di Manfredo Acerbo
Manfredo Acerbo si spense a Roma nel 1989, dopo una carriera che aveva attraversato l'espressionismo e la grafica, il neorealismo e la commedia, il cinema d'autore e quello di genere, sempre con quella firma rapida e riconoscibile che era diventata il suo marchio. In parallelo ai poster cinematografici, aveva continuato a esporre i propri lavori pittorici in Italia e all'estero, mantenendo vivo quel dialogo con le correnti artistiche contemporanee che rendeva il suo sguardo sempre più libero e personale. Lascia un corpus di opere che è insieme documento storico e ricerca artistica: la testimonianza di un pittore che non ha mai smesso di chiedersi come si potesse dire di più con meno, come una pennellata veloce potesse valere più di un ritratto accurato, come il gesto potesse contenere più verità della descrizione. Domande che appartengono alla grande pittura, non alla cartellonistica. E che Manfredo ha saputo porre, e rispondere, su carta da affissione.