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Giorgio Olivetti: l'ironia elegante di un maestro bolognese

C'è una categoria di artisti che la storia ufficiale dell'arte ha sistematicamente ignorato, non perché il loro talento fosse inferiore a quello dei colleghi appesi nei musei, ma perché il supporto su cui lavoravano era carta da affissione destinata ai muri delle città

Giugno 9, 2026

C'è una categoria di artisti che la storia ufficiale dell'arte ha sistematicamente ignorato, non perché il loro talento fosse inferiore a quello dei colleghi appesi nei musei, ma perché il supporto su cui lavoravano era carta da affissione destinata ai muri delle città. Giorgio Olivetti è uno di questi: un pittore di formazione solida e cultura visiva raffinata, capace di attraversare indenne mezzo secolo di storia del cinema italiano e internazionale lasciando su ogni poster un segno inconfondibile, fatto di ironia, eleganza e una padronanza del colore che pochi suoi contemporanei potevano vantare.

Bologna, il Futurismo e la lezione delle avanguardie

Nato a Bologna nel 1908, Olivetti cresce in un clima culturale fertilissimo. L'Italia del primo Novecento è attraversata da correnti che rimescolano ogni certezza estetica: il Futurismo esalta la velocità e la sintesi, il Costruttivismo russo propone figure ridotte a geometrie pure, Leonetto Cappiello rivoluziona la comunicazione visiva con campiture piatte e figure che colpiscono come pugni. Olivetti assorbe tutto questo con la curiosità di chi non cerca un'appartenenza ideologica ma uno strumento espressivo. Le linee nette, l'ordine compositivo, il coraggio di semplificare fino all'essenziale: sono questi i lasciti delle avanguardie che si ritroveranno, declinati in modo personalissimo, in tutta la sua produzione successiva.

Le prime opere rivelano però anche un'altra anima, più morbida e atmosferica: velature delicate, acquerelli sfumati, un uso della luce che ricorda certi pittori della Belle Époque. Ne Il bacio della pantera la belva ruggente e la giovane donna dai capelli scomposti sono disposte in diagonale in primo piano quasi si fondessero l'una nell'altra, in un abbraccio ambiguo e perturbante reso con una tecnica pittorica di grande finezza. È un Olivetti ancora alla ricerca del proprio linguaggio definitivo, ma già capace di costruire tensione emotiva con pochi elementi.

Lo sceicco bianco (Federico Fellini, 1952)

La locandina de Lo sceicco bianco, primo film sonoro di Fellini, è una delle prove più divertenti e riuscite di Olivetti. Alberto Sordi in costume da sheik occupa tutta la scena con un'energia comica irresistibile: il personaggio sembra uscire dall'immagine, la posa teatrale e ridicola al tempo stesso. Olivetti coglie perfettamente la natura del film, che è una commedia sull'ingenuità e sull'autoinganno: nessun realismo, nessuna gravità, solo la sagoma grottesca di un uomo che si crede eroe di fotoromanzo. Il fondo nero esalta i colori dell'abito bianco e rosso, trasformando questa locandina in un'immagine di potenza quasi circense.

A qualcuno piace caldo (Billy Wilder, 1959)

Tra le creazioni più vivaci di Olivetti, il poster di A qualcuno piace caldo è un piccolo capolavoro di equilibrio tra comicità e sensualità. Tony Curtis e Jack Lemmon travestiti da donne incorniciano ai lati della composizione una Marilyn Monroe al centro, prorompente nell'abito nero scollato. I tre si rivolgono direttamente allo spettatore come su un palcoscenico, con una consapevolezza della propria presenza scenica che Olivetti restituisce con tocco leggero e precisissimo. La palette gioca sui toni dell'azzurro, del bianco, del giallo e del nero, con chiaroscuri sintetici ma realistici. Sullo sfondo le caricature ironiche di gangster e grattacieli completano un'immagine che sa essere brillante senza mai essere volgare: esattamente come il film di Wilder.

Trapezio (Carol Reed, 1956)

Il manifesto di Trapezio è una prova di virtuosismo compositivo. Burt Lancaster, Gina Lollobrigida e Tony Curtis sono qui ridotti a figure acrobatiche sospese nel vuoto, colorate in modo quasi irreale, rosa e verde su fondo nero, con la folla del circo intuita in basso come una quinta scenografica. Olivetti rinuncia ai ritratti realistici degli attori e sceglie la sintesi pura: quello che conta non è riconoscere i volti ma sentire il movimento, il pericolo, la vertigine. Il titolo rosso curvato segue l'andamento delle funi come se anch'esso stesse volando. È un manifesto che vive di dinamismo e che dimostra quanto Olivetti avesse fatto propria la lezione futurista della forma in movimento.

La dolce vita (Federico Fellini, 1960)

Se esiste un poster che da solo vale una carriera, per Olivetti è quello de La dolce vita. Anita Ekberg in abito nero, sinuosa e magnetica, avvolta da una sciarpa rosa svolazzante che le conferisce un moto quasi irreale, si staglia in primo piano con la naturalezza di chi sa di essere un'icona senza doverlo dimostrare. Dietro di lei il volto di Marcello Mastroianni, scolpito da un raffinato gioco di luci e ombre blu, fuma con quella stanchezza esistenziale che è il tono emotivo dell'intero film. Il fondo blu intenso unifica la composizione in un'atmosfera notturna e sospesa che è già da sola una dichiarazione poetica. Olivetti riesce qui a fare quello che solo i grandi pittori di cinema sapevano fare: non illustrare una storia ma condensare in una sola immagine un intero universo emotivo. Quel poster è La dolce vita prima ancora di vedere il film. È l'Italia del 1960 nei suoi contrasti di glamour e malinconia, di leggerezza e inquietudine. Non stupisce che sia diventato una delle immagini più replicate e celebrate della storia del cinema italiano.

Venere imperiale (Jean Delannoy, 1963)

Il manifesto di Venere imperiale mostra l'altra faccia di Olivetti: il pittore di storia in grande formato, capace di restituire il fasto e la monumentalità del kolossal in costume. Gina Lollobrigida nei panni di Paolina Bonaparte occupa quasi per intero la superficie del manifesto, in un abito bianco e blu di foggia imperiale ricamato in oro, con la tiara e i guanti lunghi che completano il ritratto di una donna consapevole della propria bellezza come di un potere politico. Sullo sfondo, in basso a destra, una carica di cavalleria su fondo rosso scarlatto ricorda che quella è anche una storia di guerra e ambizione. La composizione è più convenzionale rispetto alle soluzioni più ardite di Olivetti, ma la qualità pittorica è altissima: il drappeggio dell'abito, la resa dei gioielli, la luce che modella il volto rivelano una mano di pittore vero, non di semplice cartellonista.

L'eredità di Giorgio Olivetti

Giorgio Olivetti ha percorso la storia del poster cinematografico italiano con una coerenza stilistica e una versatilità che raramente vanno d'accordo. Ha saputo essere ironico senza essere superficiale, elegante senza essere freddo, sintetico senza essere povero. Ha attraversato il neorealismo e la commedia all'italiana, il cinema di Fellini e quello di Hollywood, adattando ogni volta il proprio linguaggio al tono del film senza mai perdere il filo della propria identità visiva. In un'epoca in cui il manifesto cinematografico era considerato poco più di uno strumento promozionale, lui lo trattò come quello che era: un'opera d'arte autonoma, ispirata a un film ma capace di vivere di vita propria. La memoria visiva del cinema italiano del dopoguerra deve molto a quel bolognese ironico ed elegante che sapeva mettere ironia e bellezza nella stessa immagine, con la naturalezza di chi non fa altro che dire la verità.

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Ultimo aggiornamento: Giugno 10, 2026

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