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Enrico De Seta: ironia, modernità e cent'anni di pittura di cinema

Ci sono artisti che attraversano un'epoca intera lasciando un segno in ogni decennio che percorrono.

Giugno 5, 2026

Ci sono artisti che attraversano un'epoca intera lasciando un segno in ogni decennio che percorrono. Enrico De Seta è uno di questi. Nato a Catania nel 1908 e vissuto sempre a Roma, pittore, illustratore, vignettista satirico, De Seta ha fatto tutto con una qualità rara: la leggerezza. Quella leggerezza che non è superficialità, ma capacità di toccare le cose senza appesantirle, di raccontare anche il dramma con un sorriso appena accennato.

La sua formazione avviene in una Roma vivace e contraddittoria, attraversata dai fermenti culturali del ventennio fascista ma capace di produrre, nei margini e nelle pieghe, una grafica satirica di grande qualità. De Seta si inserisce in quel mondo con naturalezza, affilando la matita sulle testate più irriverenti dell'epoca: Il Cerino, Il Tifone, Il Travaso, il Corriere dei Piccoli. È in quegli anni che inventa il Mago Bacù, personaggio comico diventato popolarissimo, e che costruisce uno stile riconoscibile: il tratto rapido, il gesto sintetico, l'occhio per il dettaglio ridicolo o rivelatore. Un'educazione visiva che non dimenticherà mai, nemmeno quando la tela si allarga fino alle dimensioni di un manifesto cinematografico.

Il passaggio al cinema

Quando De Seta si avvicina al manifesto cinematografico, alla fine degli anni Trenta, il settore è già in piena fioritura. L'Italia ha sviluppato una tradizione pittorica applicata al cinema che non ha eguali nel mondo: i Maestri Cartellonisti, Ballester, Martinati, Capitani e molti altri, hanno trasformato i manifesti e le locandine e a volte anche materiale promozionale in opere d'arte e ogni film che arriva nelle sale porta con sé dipinti originali. De Seta entra in questo mondo portando qualcosa di suo: quella vena ironica e quella capacità di sintesi maturate nella grafica satirica, che lo distinguono da subito dagli altri pittori del settore.

Vale la pena ricordare come funzionasse quel mondo: i pittori spesso preparavano i bozzetti autonomamente, sapendo in anticipo dell'uscita di un film e sperando che venissero scelti. In ogni caso, ciò che cedevano era soltanto il diritto di utilizzo per la promozione in sala. L'opera restava loro. Una distinzione che spiega perché tanti di questi capolavori siano sopravvissuti negli archivi e nelle collezioni private, custoditi dai loro stessi autori o dalle famiglie.

Lavora con molti pseudonimi, Veseta e Agal tra i più frequenti, abitudine comune tra i pittori del settore, spesso impegnati su più fronti contemporaneamente. La moltiplicazione degli pseudonimi racconta anche la moltiplicazione degli stili: De Seta non ha un unico registro, ma molti, e li usa con la disinvoltura di chi ha imparato a guardare il mondo da angolazioni sempre diverse.

Fellini e la Roma del dopoguerra

Il legame con Federico Fellini non è soltanto professionale: è un'amicizia fondata su una visione comune del mondo, su un gusto condiviso per l'umorismo e per quella vena surreale che percorre tutta la migliore cultura italiana del dopoguerra. Sono anni fertili e caotici, quelli del secondo dopoguerra romano: la città si rialza dalle macerie, il cinema italiano vive una stagione irripetibile, i caffè di Via Veneto e i set di Cinecittà sono frequentati dagli stessi volti. De Seta appartiene a pieno titolo a quel mondo, ne condivide i ritmi, le conversazioni, le contraddizioni.

È in questo contesto che nascono alcune delle sue opere più riuscite. La collaborazione con Fellini produce manifesti e locandine che riflettono una sintonia profonda: non illustrazioni fedeli dei film, ma interpretazioni personali, filtrate attraverso uno sguardo che ha molto in comune con quello del regista. Entrambi amano l'ironia, entrambi diffidano del patetismo, entrambi sanno che la verità si coglie meglio di sbieco che frontalmente.

I Vitelloni, 1953 - regia di Federico Fellini

Inaspettatamente classico e romantico per un pittore noto per l'ironia. Una figura femminile domina la composizione in toni di grigio e blu freddo; i giovani protagonisti si allontanano sulla spiaggia invernale, le spalle voltate, il futuro davanti. Nessun sorriso, nessun artificio. Un manifesto capace di trasmettere una malinconia dignitosa che anticipa perfettamente il tono del film.

La Strada, 1954 - regia di Federico Fellini

Il manifesto cattura l'essenza poetica del film attraverso una tavolozza morbida e acquerellata. Zampanò domina la scena con la sua fisicità brutale, ma è il volto smarrito di Gelsomina, la sua frangia rossa e gli occhi persi, a fermare lo sguardo. In alto, quasi sospesa, la figura dell'acrobata cammina sul filo. De Seta sceglie la favola sul realismo, l'atmosfera sul dramma. Una lettura personalissima di un capolavoro.

La Grande Guerra e il Leone d'Oro

Tra i vertici assoluti della sua produzione va ricordato il manifesto per La Grande Guerra di Mario Monicelli del 1959, Leone d'Oro a Venezia e uno dei capolavori assoluti del cinema italiano. Il film tiene insieme in modo miracoloso la commedia e la tragedia, il grottesco della guerra e la sua ferocia. De Seta risponde con una scelta visiva che spiazza e convince allo stesso tempo

La Grande Guerra, 1959 - regia di Mario Monicelli.

De Seta sceglie la commedia per raccontare una tragedia. In questo manifesto Gassman in uniforme ride disteso sul letto, Silvana Mangano brandisce un elmetto come un trofeo. L'immagine è leggera, quasi farsesca, eppure chi conosce il film sa che dietro quel sorriso si nasconde qualcosa di molto più amaro. Una sintesi visiva capace di contenere in una scena sola l'intera ambiguità morale del capolavoro di Monicelli.

Gli anni Sessanta e il dialogo con la modernità europea

Con il nuovo decennio De Seta evolve ulteriormente, aprendo il proprio linguaggio alle influenze della grafica europea più avanzata. Sono gli anni in cui il cinema italiano distribuisce sempre più film stranieri di qualità, la Nouvelle Vague francese, il cinema tedesco, quello britannico, e i pittori italiani si trovano a confrontarsi con mondi visivi nuovi. De Seta accoglie questa sfida con curiosità, senza perdere la propria identità. Quello che in altri paesi si cominciava a chiamare poster, in Italia era ancora e soprattutto pittura: un tratto, una pennellata, una scelta cromatica che nessuna stampa meccanica avrebbe potuto sostituire.

Jules e Jim, 1962 - regia di François Truffaut

Un manifesto spezzato in due registri visivi distinti che convivono con naturalezza. In alto il volto enigmatico di Jeanne Moreau in viola e grigio, dominante e sfuggente. In basso i tre protagonisti corrono con energia vitale, quasi fumettistici nella loro stilizzazione turchese. De Seta parla la lingua della modernità europea senza abbandonare la propria.

Le Bambole, 1965 - regia di Mauro Bolognini, Luigi Comencini, Dino Risi, Franco Rossi

Un ritorno alla pittura figurativa piena, vibrante e colorata come l'atmosfera del film.Nel manifesto troviamo le quattro protagoniste, Lollobrigida, Vitti, Lisi, Sommer, emergono su fondo turchese in un tripudio di rosso e blu. Nino Manfredi sbuca sornione da dietro una cornice. De Seta celebra con ironia affettuosa lo spirito di quegli anni.

Lo Spettro, 1963 - regia di Robert Hampton

Nessuna ironia questa volta: De Seta entra nel cinema horror con piena consapevolezza del genere. Il volto mostruoso del villain domina dall'alto in rosso e viola cupo, una figura terrorizzata in primo piano, il titolo che cola in giallo su nero. Una locandina che sa esattamente cosa deve comunicare e lo fa con efficacia immediata.

Il riconoscimento e l'eredità

Nel 1995 la Repubblica Italiana lo nomina Commendatore: un riconoscimento tardivo, arrivato quando De Seta aveva già ottantasette anni, ma doveroso per una carriera che aveva attraversato sei decenni di cinema italiano e non solo. Si spegne a Roma nel 2008, a cento anni esatti dalla nascita. Un secolo vissuto con lo stesso sguardo ironico e curioso con cui aveva guardato il mondo sin dall'inizio, quello di un artista che non ha mai smesso di sorridere e di far sorridere chi guardava le sue opere.

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Ultimo aggiornamento: Giugno 5, 2026

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