Oggi l’immagine non conosce più pudore. Scorre dappertutto, senza chiedere permesso, moltiplicata da schermi che non arrossiscono mai. Ma c’è stato un tempo, non lontano, in cui perfino un manifesto cinematografico poteva turbare la quiete pubblica. Bastava una coscia troppo in evidenza, un seno intuito più che mostrato, una posa giudicata insolente. Allora interveniva lo Stato, o chi per esso, con quella severità minuta che l’Italia ha spesso riservato alle cose inutili e irresistibili.
“Mettere le mutande” ai manifesti
Nel linguaggio degli addetti ai lavori si diceva, con un’espressione che oggi pare uscita da una commedia di costume: “mettere le mutande” a un manifesto. Non era una metafora. Si prendeva il poster già stampato e lo si correggeva manualmente. Un pezzo di carta bianca, un ritocco a pennello, una striscia incollata con discrezione burocratica. Là dove il corpo eccedeva, compariva improvvisamente il pudore tipografico.
Così una gamba nuda diventava castissima, una scollatura si richiudeva, un’anca smetteva di promettere. Ogni copia poteva risultare diversa, come accade alle opere artigianali. La censura italiana, del resto, non aveva il rigore geometrico delle dittature moderne: preferiva l’improvvisazione, il rattoppo, la soluzione locale.

La censura e il corpo femminile
Le sue origini sono antiche. Già nell’Ottocento l’affissione pubblica era materia vigilata. Con l’arrivo del cinema, la sorveglianza si estese naturalmente ai suoi manifesti. Ciò che poteva offendere la morale, disturbare il buon costume o incrinare il decoro veniva sottoposto a esame. Il corpo femminile, soprattutto se disegnato bene, divenne uno dei principali imputati.
I film più esposti a questa pedagogia dell’occhio furono quelli che osavano mettere in scena il desiderio. Malizia, con Laura Antonelli, non scandalizzava soltanto nelle sale: bastava la sua immagine appesa a un muro per creare agitazione. Emmanuelle, con Sylvia Kristel, portava con sé un erotismo internazionale che l’Italia accoglieva con curiosità e respingeva con zelo. Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci fu inseguito da una fama scandalosa che si riversò inevitabilmente anche sui materiali promozionali. E il cinema di Tinto Brass trasformò questa tensione tra desiderio e interdizione in una vera poetica nazionale.
Tra controllo e compromesso
A controllare erano prima le autorità pubbliche, poi anche l’industria stessa, che imparò presto a censurarsi da sola. Meglio prevenire che vedersi bloccare una campagna pubblicitaria. Così la libertà artistica finiva spesso per negoziare con la necessità commerciale, in uno dei compromessi più tipicamente italiani: scandalizzare, ma non troppo.
Gli indizi della censura
Di questa storia restano poche carte e molte tracce indirette. A differenza dei film, i manifesti lasciavano meno verbali e più indizi. Molto di ciò che sappiamo proviene dai racconti dei cartellonisti, dall’osservazione dei materiali sopravvissuti, dalle differenze tra una copia e l’altra. Una pennellata sospetta, un rettangolo di bianco, un equilibrio improvvisamente alterato: ecco gli archivi della censura.
Paradossalmente, proprio questi interventi accrescono oggi il fascino dei poster. Non li impoveriscono: li complicano. Ogni copertura racconta il conflitto tra immagine e potere, tra desiderio privato e morale pubblica, tra ciò che un’epoca voleva vedere e ciò che fingeva di rifiutare.
Il valore oggi
Per questo i manifesti censurati sono oggi tra gli oggetti più vivi del collezionismo cinematografico. Non soltanto opere grafiche, ma reperti morali. Non semplici poster, ma scene secondarie della storia italiana.
Nella collezione di Movie.it questi manifesti tornano a mostrarsi con tutta la loro ambiguità: immagini nate per attirare lo sguardo e sopravvissute proprio grazie a chi voleva impedirlo.
Si ringrazia per la preziosa collaborazione Sebastiano Cannavò