Brigitte Bardot: La diva che visse due volte
Di Paolo Zelati, responsabile editoriale
Settembre 29, 2026
Ci sono attrici che appartengono alla storia del cinema e altre che, quasi senza volerlo, finiscono per appartenere alla storia del costume. Brigitte Bardot è appartenuta a entrambe le categorie, ma la seconda è forse quella che racconta meglio la sua eccezionalità. Perché Bardot non è stata soltanto una diva: ha rappresentato un radicale cambiamento di prospettiva. In un'epoca ancora densa di regole, buone maniere e rispettabilità, è apparsa con l'aria di una ragazza che quelle regole non le aveva mai nemmeno lette.
Eppure, l'inizio della sua storia è stato tutt'altro che scandaloso. Nata a Parigi nel 1934 in una famiglia borghese, Brigitte ha studiato danza fin da bambina ed è arrivata al prestigioso Conservatoire. Da adolescente ha posato quasi per gioco e, a quindici anni, è comparsa sulla copertina di Elle. È stata una fotografia a cambiare la direzione della sua vita: Roger Vadim, allora giovane assistente e aspirante regista, l'ha notata ed è diventato una presenza decisiva nella sua formazione sentimentale e professionale.
1956: con "Piace a troppi" arriva il successo
Nel 1952 le si sono aperte le porte del cinema, ma il vero terremoto era ancora lontano. È arrivato nel 1956 con E Dio creò la donna, noto in Italia anche come Piace a troppi, diretto proprio da Vadim. La Juliette interpretata da Bardot non sembrava costruita secondo i canoni della diva tradizionale: era sensuale, capricciosa, libera, fisicamente disinvolta. E soprattutto sembrava divertirsi. È stata questa naturalezza, ancora più della bellezza, a mandare in crisi il pubblico dell'epoca. La società non era preparata al fascino magnetico e anticonvenzionale che Bardot emanava, sullo schermo come nella vita privata.
Piace a troppi (Roger Vadim, 1956)
Il tratto colorato e quasi espressionista di Sandro Simeoni caratterizza il manifesto della prima edizione di Piace a troppi, il film che ha lanciato Bardot nel firmamento delle dive. Con lo sguardo ammiccante e una maglia nera aderente, l'attrice campeggia in primo piano, mentre sullo sfondo compaiono tre figure maschili.
Il film ha inoltre trasformato Saint-Tropez in un luogo mitologico e Bardot in un fenomeno internazionale. Bikini, capelli raccolti, abiti a quadretti, spalle scoperte: improvvisamente il suo modo di vestirsi è diventato un linguaggio. Persino le celebri ballerine di Repetto sono state legate a lei: la maison ha adattato per Bardot una scarpa da danza, trasformandola in un modello da strada, la Cendrillon. Non era semplicemente moda: era il tentativo di tradurre la leggerezza di una ragazza in uno stile riconoscibile da milioni di altre donne. Poche attrici nella storia del cinema hanno influenzato così profondamente la cultura popolare a ogni latitudine da lasciare un'eredità ancora oggi immediatamente riconoscibile. Tra queste, certamente, Bardot e Audrey Hepburn.
Brigitte Bardot diventa un’icona
A briglia sciolta (Roger Vadim, 1961)
Il manifesto a 4fogli per la prima edizione di A briglia sciolta (1961) rappresenta in modo esplicito lo stile libero e pirotecnico di Piero Ermanno Iaia. Il mezzo busto di Bardot occupa il centro della composizione, con lo sguardo sognante e uno sfondo azzurro alle spalle. I capelli mossi vengono utilizzati dal pittore come collante visivo per una serie di piccole figure in movimento. È, in effetti, un manifesto "in movimento", capace di trasmettere l'energia e la vitalità promesse dalla protagonista.
Bardot, negli anni Cinquanta e Sessanta, sembrava essere ovunque. I fotografi la inseguivano, i giornali la trasformavano in un'immagine globale, i musicisti la consideravano una musa. Bob Dylan le ha dedicato una delle sue prime composizioni; John Lennon la idolatrava al punto da tenere una sua immagine nella propria stanza da letto. Quando finalmente i due si sono incontrati, nel 1968, Lennon era così nervoso da assumere LSD prima dell'appuntamento. È stato un incontro brevissimo e quasi comico: lui era completamente fuori fase e lei non è sembrata particolarmente impressionata.
E poi c'è stato Serge Gainsbourg. Tra i due è nata una relazione breve e incendiaria, dalla quale è scaturita anche una canzone destinata a diventare leggenda: Je t'aime... moi non plus. Gainsbourg l'aveva registrata proprio con Bardot, ma lei, preoccupata per lo scandalo e per le possibili conseguenze sulla propria immagine pubblica, ha chiesto che non venisse pubblicata. Il brano è poi diventato celebre nella versione con Jane Birkin. Bardot, però, è rimasta per Gainsbourg una presenza indelebile: nel 1968 le ha dedicato Initials B.B.
La sua filmografia, intanto, si è allontanata progressivamente dalla semplice immagine della ragazza scandalosa. Ha lavorato con Clouzot, Louis Malle, Godard e altri importanti autori. In La verità ha affrontato uno dei suoi ruoli più impegnativi; ne Il disprezzo è entrata invece direttamente nell'immaginario della modernità cinematografica europea. Ma il paradosso era evidente: più Bardot cercava di dimostrare di essere un'attrice, più il pubblico continuava a vedere soprattutto l'icona pop.
Il disprezzo: l’incontro e lo scontro con Jean-Luc Godard
In questo contesto, l'incontro umano e professionale tra l'attrice francese e Jean-Luc Godard, allora il più radicale fra i cineasti, ha assunto un significato simbolico. Da un lato, i produttori Carlo Ponti e Joseph E. Levine pretendevano che il regista mostrasse Bardot nel modo più sensuale possibile; dall'altro, era la stessa attrice a cercare una direzione autoriale che le consentisse di dimostrare di essere in grado di "recitare". Nel mezzo c'era Godard, che non aveva alcuna intenzione di assecondare le richieste degli uni o dell'altra. Totalmente disinteressato a "dirigere" Bardot secondo i canoni tradizionali, voleva piuttosto capire come utilizzare cinematograficamente la sua presenza. In un'intervista ha raccontato di aver imparato a non chiederle ciò che non le veniva naturale: quando un gesto spontaneo funzionava, voleva che lo ripetesse esattamente; quando invece lei cercava di "recitare" quello stesso gesto, il risultato peggiorava.
Bardot ha interpretato Camille, la moglie dello sceneggiatore Paul Javal, in un ruolo molto più complesso di quanto la fama dell'attrice potesse far pensare. Godard l'ha filmata continuamente come immagine e presenza fisica, cercando al tempo stesso di sottrarla al cliché della sex symbol. Visto nel suo montaggio originale, purtroppo la versione italiana rimontata da Ponti ha perso molto della sua forza, Il disprezzo è un film che ha assorbito e ricodificato la vita e gli umori dell'epoca, trasformandoli in un racconto profondamente affascinante e ricco di risvolti autobiografici. Godard è riuscito così a sfruttare la celebrità dell'attrice e il suo status di icona popolare per interrogare il rapporto stesso fra corpo, desiderio e industria cinematografica.
Sul set, come era forse inevitabile, il rapporto fra una sex symbol e un regista determinato a destrutturare i miti del cinema non è stato propriamente idilliaco. Ma proprio quella tensione e quell'energia sono finite per diventare ingredienti fondamentali della straordinaria chimica del film.
Il disprezzo (Jean-Luc Godard, 1963)
Il manifesto a 4fogli per la prima edizione italiana de Il disprezzo (1963) è opera di Giuliano Nistri, che con grande abilità ha colto l'espressione insieme enigmatica e seducente di Brigitte Bardot nel grande primo piano. Completano la composizione uno spiazzante sfondo marrone e il busto appena tratteggiato. In alto campeggia il titolo azzurro, appoggiato su una banda nera. Un'immagine diventata iconica a livello internazionale.
La fama diventa una prigione: l’addio al cinema
A un certo punto, la fama è diventata per Bardot una prigione. La sua casa di Saint-Tropez, La Madrague, avrebbe dovuto essere un rifugio, ma anche lì arrivavano continuamente fotografi e curiosi. Persino la sua vita privata era diventata uno spettacolo. Ha acquistato la proprietà nel 1958 e, negli anni successivi, l'ha trasformata nel suo personale angolo di mondo. Un episodio racconta bene il carattere eccentrico di quel periodo: Gunter Sachs, deciso a conquistarla, ha fatto sganciare da un aereo una pioggia di rose sopra la casa. Una scena così assurda da sembrare inventata per un film biografico e che, invece, è accaduta davvero. Bardot, pare, non si è scomposta più di tanto.
La ragazza del peccato (Claude Autant-Lara, 1958)
Il manifesto a 2fogli per la prima edizione italiana de La ragazza del peccato (1958) è affidato all'abilità ritrattistica di Angelo Cesselon, che concentra la composizione sulla parte sinistra. Due amanti sono raffigurati in atteggiamento romantico, mentre sullo sfondo compare un Jean Gabin metaforicamente verde "di rabbia". Al centro, una piccola ma sensuale Brigitte Bardot siede su una sedia. L'intera parte destra del manifesto è dominata dall'ammiccante titolo rosso fuoco.
Nel mezzo di tutto questo caotico spettacolo, Bardot ha comunque dimostrato di non voler rimanere prigioniera del proprio personaggio. Nel 1973, a soli 39 anni, ha deciso di lasciare definitivamente il cinema. È stata una delle scelte più radicali della sua vita: rinunciare volontariamente a un successo che molte altre attrici avrebbero continuato a inseguire per tutta la carriera. Si è ritirata a Saint-Tropez e ha concentrato progressivamente le proprie energie sulla protezione degli animali, fino a creare la celebre fondazione che porta il suo nome.
È stato allora che il ritratto di Bardot, la diva planetaria, la ragazza terribile, è cambiato completamente. La donna che era stata fotografata in bikini sulle spiagge è diventata una figura quasi reclusa, circondata da cani e gatti, sempre più lontana dal mondo dello spettacolo e dalla mondanità. Anche il suo aspetto è mutato, e lei ha dimostrato di non avere alcun interesse a conservare artificialmente l'immagine della ragazza eterna. In una delle sue ultime interviste ha riassunto perfettamente questa distanza: guardando le fotografie della giovane Bardot, ha detto di vedere una bella ragazza nella quale, però, non si riconosceva più.
Il ritiro a Saint-Tropez e la nascita di un mito senza tempo
È forse questo il tratto più affascinante della sua parabola. Bardot non ha costruito soltanto un'immagine: a un certo punto ha avuto il coraggio di abbandonarla. Prima ha incarnato la libertà sessuale, poi la celebrità assoluta, infine la fuga dalla celebrità stessa. Ha attraversato il cinema, la moda, la musica e il costume lasciando ovunque una traccia che non si è mai cancellata del tutto.
Anche per questo il suo mito resiste. Non perché sia rimasta eternamente giovane, ma perché la sua giovinezza è finita per diventare un simbolo indipendente da lei. La Bardot degli anni Cinquanta continua a esistere nei film, nelle fotografie, nelle canzoni, nell'immaginario collettivo e nei manifesti, in primis nello splendido ed evocativo 4 fogli italiano disegnato da Ermanno Nistri per Il disprezzo. La donna che è venuta dopo, invece, ha scelto una vita radicalmente diversa.
Mademoiselle Pigalle (Michel Boisrond, 1956)
Questo manifesto a 4fogli per la prima edizione italiana di Mademoiselle Pigalle (1956) è disegnato da Rodolfo Gasparri, che ha scelto una rappresentazione simbolica: la testa dai capelli corti di Brigitte Bardot fa simpaticamente capolino fra un mare di coloratissimi palloncini. Un manifesto che difficilmente poteva passare inosservato.
E forse il paradosso più bello risiede proprio qui: la ragazza che il mondo intero pretendeva di guardare ha trascorso gran parte della seconda metà della propria esistenza cercando di sottrarsi a uno sguardo insistente e insaziabile che, probabilmente, le ha tolto molto più di quanto le abbia dato. La diva che aveva conquistato tutti ha finito per difendere gelosamente il proprio piccolo eremo di Saint-Tropez. La donna trasformata in emblema della libertà ha scelto infine la libertà più difficile: quella di non essere più obbligata a interpretare Brigitte Bardot.
Si è spenta serenamente il 28 dicembre 2025 nella sua amata Saint-Tropez, lasciando dietro di sé il mito intramontabile di una donna che ha saputo vivere, a tutti gli effetti, due volte.
Le opere riprodotte in questa pagina provengono dalle stampe originali dell'epoca, recuperate, fotografate e restaurate digitalmente da Movie.it.